Ai chiavaresi la «Fara» proprio non piace

La replica stizzita dell'architetto Forte alla mia lettera «dissacrante» sul «gioiello architettonico» Colonia Fara di Chiavari rinnova l'antica e vexata quaestio filosofica sul concetto universale di «bello» che passando da Kant ad Hegel ed in là avanti ha trasformata l'estetica in filosofia dell'arte. Kant sosteneva che il bello è un fenomeno che immaginiamo perché piace a noi. Nelle parole il Forte neppur velatamente sostiene di sapere che la Fara viene trovata da molti chiavaresi bruttissima, ma a lui par bella e tale dev'essere. Io mi sento seguace di Hutcheson che sostiene come insieme con udito, vista e tatto, un nostro «senso interno» ci permette di provare piacere quando siamo a contatto con qualcosa di bello. Al contrario, se l'oggetto è brutto allora il nostro senso interno provoca disgusto. È quanto io senz'altro rozzamente provo quando ogni giorno, mese ed anno subisco l'impatto visivo con l'imponente edificio in questione.
E qui vorrei porre all'arch. Forte una domanda che mi perdonerà stante la grossolanità culturale che mi viene imputata: tutto ciò che è di interesse storico (come mi si dice sia la Colonia Fara) dev'essere implicitamente bello? I Magazzini del Cotone, il Lingotto sono belli? Utili sì, soprattutto nella loro elegante sistemazione ed utilizzo finali, ma belli mai! Il major problem della Fara sta proprio qui, nel suo utilizzo. Visto che non si può sperarne nell'autodistruzione da degrado in quanto gli architetti di una volta sapevano costruire bene davvero, come trasformarla in qualcosa che non resti cattedrale nel deserto ma sia invece veramente utile per i Chiavaresi ripagandoli in parte del contributo finanziario che prima o poi verranno chiamati a versare con tasse locali per la sua ristrutturazione? Sorvolando sulla pletora di soluzioni tanto fantasiose quanto irrealizzabili (in primis una «università») ma tutte richiedenti comunque una profonda ristrutturazione interna degli immensi cameroni, il progetto della vecchia e vituperata amministrazione di ricavarne un hotel pluristellato con serio centro congressi annesso mi sembrava una soluzione razionale. L'edificio si trova in una zona splendida e Chiavari è l'ideale come sede congressuale per motivi logistici, vivacità commerciale, facilità di «passeggio», vicinanza di località turistiche celebri. Mi sono sempre chiesto perché Chiavari abbia sempre ignorato l'indotto di un turismo ad alto livello che non conoscerebbe stagioni di sosta qual è appunto quello congressuale. Comunque Architetto si tranquillizzi, nessuno le ruberà l'oggetto del suo amore, ne stiamo soltanto parlando come del resto si fa da cinquant'anni e temo si farà ancora per altrettanto tempo ispessendo il libro dei sogni chiavaresi.