Ai cinesi il lusso piace sempre più Secondi al mondo davanti a Tokio

Avevano cominciato col «vendetevi mezzo Peloponneso se volete gli aiuti», invito grottesco e ricattatorio lanciato da due deputati travestiti da agenti immobiliari. Non si sono poi più fermati: ecco la Venere di Milo col dito medio alzato, nella sofisticata rivisitazione neo-classica del settimale Focus. Infine, non poteva mancare l’autorevole Spiegel, quello che ama in egual misura l’Italia (ricordate gli spaghetti alla P38 in copertina?) e la Grecia, al punto da svelare l’intenzione (suicida) di Atene di abbandonare l’euro per tornare nel porto sicuro della vecchia dracma. In un modo o nell’altro, sembra che i tedeschi facciano a gara per far sprofondare il Partenone. Il gioco è in apparenza un po’ masochista, considerati i 40 miliardi di Sirtaki-bond custoditi nei caveau delle banche germaniche, ma forse ha come obiettivo quello di piegare Bruxelles (e la Bce di Jean-Claude Trichet) ad accettare una ristrutturazione morbida del debito ellenico, uno dei desiderata del Cancelliere, Angela Merkel.
Lo stillicidio di indiscrezioni che accompagna da tempo la Grecia ha infatti l’effetto di alimentare le tensioni e incoraggiare gli speculatori, rendendo sempre più vulnerabile l’azione di risanamento fiscale, già ai limiti dell’impossibile. Nella serata di venerdì sono piovute sullo Spiegel numerose smentite; poi, ieri, il primo ministro greco, George Papandreou, ha ricarato la dose: «Simili scenari rasentano atti criminali». E non meno severo è stato il giudizio di Amadeu Altafaj Tardio, portavoce del commissario Ue agli Affari economici e monetari, Olli Rehn: «I pezzi giornalistici sulla possibile uscita della Grecia dall’euro sono semplicemente sbagliati e volutamente fuorvianti». Ma, al di là delle prese di posizione, bisognerà valutare domani, alla riapertura dei mercati, gli eventuali cascami tossici lasciati dai rumor pubblicati dal settimanale tedesco.
Atene è obiettivamente in una situazione assai delicata. Nella riunione di venerdì sera a Lussemburgo cui ha preso parte anche il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, il dossier Grecia era in cima all’agenda, con maggior evidenza rispetto al caso-Portogallo. Ma di un eventuale riscadenzamento del debito non se ne è parlato. Una strada alternativa, più praticabile e senza dubbio meno devastante (soprattutto per il sistema bancario ellenico), prevederebbe la concessione di aiuti-extra. «Pensiamo che la Grecia abbia bisogno di un ulteriore programma di adeguamento», ha ammesso il primo ministro lussemburghese, Jean-Claude Juncker, rinviando però ogni decisione alla prossima riunione dell’Eurogruppo, il 16 maggio a Bruxelles. Dopo i 110 miliardi ricevuti lo scorso anno, al Paese mediterraneo potrebbe quindi essere offerta un’ulteriore stampella finanziaria. A patto, secondo fonti Ue citate da Bloomberg, che Atene accetti la clausola in base alla quale gli attivi o i ricavi legati alla vendita di asset saranno utilizzati a garanzia dei fondi aggiuntivi.
Per la verità, questa non sembra l’unica opzione. La Grecia potrebbe anche ottenere un alleggerimento delle condizioni poste per la riduzione del deficit, che dovrebbe scendere al 3% del Pil nel 2014, ma che quest’anno è destinato a schizzare al 10,5% contro il 9,4% previsto. La congiuntura economica, tutt’altro che esaltante nell’euro zona se si esclude la Germania, è in Grecia indebolita ulteriormente dai sacrifici decisi dal governo per rimettere i conti in carreggiata. L’alta evasione fiscale e le minori entrate tributarie provocate anche da una sforbiciata del 20% agli stipendi dei dipendenti del settore privato, rendono ancora più complicato il percorso del risanamento.
Il ministro delle Finanze greco, George Papacostantinou, è tuttavia convinto che il Paese riuscirà a cavarsela. Se nel prossimo futuro non si centreranno gli obiettivi fissati e se i mercati non si saranno «tranquillizzati», ha sottolineato, «c’è sempre una via d’uscita: la possibilità di chiedere che il Fondo europeo di salvataggio Efsf compri i nostri titoli sul mercato primario. Quindi il problema dei 25 miliardi di euro di cui avremo bisogno nel 2012 potrebbe essere coperto dal Efsf. Noi ce la faremo. Ma altrimenti c’è un paracadute». E l’uscita dall’euro? «Le conseguenze sarebbero catastrofiche: il debito pubblico raddoppierebbe, il potere d'acquisto crollerebbe, le banche collasserebbero e precipiteremmo in una recessione da guerra. Non ha senso politicamente, socialmente, economicamente». Ditelo allo Spiegel.