Via ai colloqui sul Tibet, minacce dei cinesi

Ci teneva tanto alla festa di compleanno, era una vita che l’aspettava, invece sarà un mortorio. Poca gente, niente musica, salatini insipidi e pizzette fredde come lapidi. Sembra passata una vita da quando davanti alla sua dimora, Highgate, Londra, passava la meglio gioventù, la rivoluzione al potere, la risata che vi seppellirà. Adesso, chissà perché, con lui sono diventati tutti un po’ freddini. A dire la verità è da tempo che Carletto Marx, il padre di tutti i comunismi, ha scoperto di non avere più nessuno al mondo. La delegazione sovietica che veniva a trovarlo ogni anno non esiste più, quella cinese non si vede da una vita, pure vietnamiti e cubani hanno mollato il colpo da un pezzo. Il 5 maggio, data della sua nascita, 190 anni fa, è oggi per il pueblo unido solo il giorno in cui l'Inter ha perso uno scudetto sanguinoso, Olimpico 2002.
Certo Highgate non è che sia la location più giusta per fare una festa, tantomeno dei lavoratori. Ospita quasi 170mila salme, in regime di collettività, distribuite su 51.000 tombe e sparse su un'area di 15 ettari, qualche volta l’hanno usato come scenario per girare film dell'orrore tipo quelli di Nanni Moretti. Marx abita qui dal 14 marzo 1883, quando morì era inseguito dagli strozzini e non aveva nemmeno i pantaloni per uscire di casa perché la moglie li aveva impegnati al monte di pietà. Il suo amico Engels lesse l'orazione funebre: «Ha cessato di pensare la più grande mente dell'epoca nostra». Il capoccione a dire la verità è rimasto, pesa una tonnellata ed è appoggiato su un piedistallo di granito con la scritta in inglese «Lavoratori di tutti i paesi, unitevi!», ma al suo cospetto «quest’anno non è passata nemmeno un’anima a portargli un fiore» allarga le braccia con le lacrime agli occhi John Callow, custode del Centro studi Karl Marx. Per entrare si paga una sterlina, non è poi che si chieda un Capitale.
Ma questo è il destino dei padri del comunismo, dei viva Marx, viva Lenin, viva Mao Zedong, delle nostre idee non moriranno mai, per questo, diceva una vignetta di Ellekappa, toccherà seppellirle vive. Così, finita la grancassa, ora rischia pure la cassa. Prendi Lenin. Per tre quarti di secolo la mummia, custodita in un sarcofago di vetro nel mausoleo di granito rosso e nero, sul lato nordorientale del Cremlino, è stata venerata quasi come Toto Cutugno, 120 milioni di visitatori. Adesso ha praticamente un piede nella fossa. C’è chi ha raccolto firme su firme per sloggiarla dal Cremlino, chi propone di trasferire la cara salma nel cimitero di Volkovo, nell’ex Leningrado, dove riposa la madre. Solo Oliviero Diliberto ha lanciato l’idea di traslocare il sepolcro di Vladimir Ilych da Mosca a Roma: come cappella non è male...
E se Stalin l’hanno sgomberato dal Cremlino ormai da una vita, ma c’è chi vuole farlo fuori anche dalla Cattedrale di San Basilio costruita da Ivan il Terribile, il compagno Mao è più di là che di qua. Un gruppo di intellettuali ha proposto di spostare lontano da occhi indiscreti, prima che comincino le Olimpiadi, la tomba del Grande Timoniere che sta al centro di piazza Tienanmen, poi è scoppiato il casino del Tibet e così, viste anche le condizioni della mummia, hanno congelato la cosa. L’anno scorso, sacrilegio dei sacrilegi, una molotov ha sfregiato il ritratto che pende sopra la piazza, e qualche mese fa un sondaggio del South China Morning ha rivelato che sette cinesi su dieci preferirebbero seppellirlo altrove. Nel villaggio nativo di Shaosan per esempio. Sarebbe la morte sua...