Ai confini della realtà E la fantascienza entrò in casa nostra

Cinquant’anni fa Rod Serling proponeva alla Cbs la prima sceneggiatura del telefilm che ha influenzato cinema e tv

Esiste una regione tra la luce e l’oscurità, tra la scienza e la superstizione, tra il baratro dell’ignoto e le vette del sapere. È la dimensione dell’immaginazione, una regione che potrebbe trovarsi... Ai confini della realtà. Era il 1957, mezzo secolo fa, quando un talentuoso ma insoddisfatto sceneggiatore hollywoodiano, il giovane Rod Serling, nato nel 1924 a Syracuse, New York, e cresciuto a pulp magazine e b-movie, estrasse dal suo schedario un vecchio script - una storia di viaggi nel tempo risalente agli anni dell’università - ci rimise mano e infine sulla prima pagina battè a macchina: «The Time Element di Rod Serling». Poi lo spedì alla Cbs. Due anni dopo l’America entrava in quella zona del crepuscolo che i piloti in fase di atterraggio, quando la linea dell’orizzonte scompare per un attimo dalla loro visuale, chiamano The Twilight Zone e che i critici e il pubblico di tutto il mondo hanno battezzato come una delle più memorabili serie televisive mai realizzate.
Con un coraggio degno dei suoi eroi di celluloide e un colpo di genio all’altezza dei suoi straordinari co-autori, Rod Serling, già «prima firma» della fortunata serie tv Playhouse 90, mollò tutto per l’ignoto e per il fantastico in un momento in cui la fantascienza, come genere letterario, era considerata tre gradini sotto le scritte sui muri. E, come nel più perfetto dei suoi episodi ai confini della realtà, nel giro di dieci mesi, dall’ottobre 1959 al luglio 1960 - per 36 inattese, sconvolgenti puntate, tanto durò la prima storica serie - ribaltò la concezione che lo spettatore comune (e più di un produttore) aveva del «racconto televisivo». Al termine del 156º episodio, ultimo della quinta stagione, andato in onda nel giugno 1964, Ai confini della realtà aveva fissato uno dei cardini dell’immaginario televisivo di massa, affascinando ogni settimana più di otto milioni di americani.
Costruiti secondo un meccanismo semplicemente perfetto, tutti gli episodi raccontavano una storia autoconclusa di mezz’ora basata su una vicenda apparentemente normale (protagonisti erano ordinary people: impiegati, insegnanti, cassiere...) messa in crisi da un elemento di disturbo e quindi ribaltata con un fulmineo passaggio da uno stato di suspense al colpo di scena finale: i celebri switching endings che capovolgevano la visuale dello spettatore, facendolo saltare sul divano. Storie come Where is Everybody?, la puntata pilota con l’uomo che si trova in una città deserta e alla fine si rende conto (e lo spettatore con lui) che era tutto un test per osservare come gli esseri umani rispondono alla solitudine durante i voli spaziali; piuttosto che The After Hours, dove la protagonista scopre che il piano di un grande magazzino nel quale ha comprato un articolo non esiste, e che lei stessa, in realtà è un manichino, sono in questo senso esemplari. E per chi vuole rinfrescare la memoria oggi è a disposizione, anche in Italia, la guida ufficiale alla serie classica curata dallo scrittore e regista Marc Scott Zicree (Ai confini della realtà, Hobby&Work). Una mappa per varcare quella porta luminosa che si apre - inaspettatamente - sulla «quinta dimensione»: quello spazio, in bilico tra normalità e sogno, a volte con un fondale di cartapesta che riproduce un pianeta alieno, altre una città di cartongesso del vecchio West, che si trova - come recitava all’inizio di ogni puntata con studiata nonchalance Rod Serling (la produzione voleva Orson Welles, ma costava troppo)... ai confini della realtà.
Sceneggiatori del calibro di Ray Bradbury e Richard Matheson, le musiche di Bernard Herrmann, i migliori registi allora sulla piazza e un parco-attori che spaziò da un giovanissimo Ron Howard a un’icona come Buster Keaton, passando per un eccellente Lee Marvin e un ingessato Roberto Redford, la serie partì in sordina, con i critici impazziti e il pubblico diffidente. E rischiò addirittura la chiusura anticipata per mancanza di sponsor. Poi andò in onda - 20 novembre 1959 - l’episodio Time Enough at Last con Burgess Meredith nei panni dell’ultimo uomo rimasto sulla terra dopo un disastro nucleare e che finalmente ha a disposizione tutto il tempo per la sua unica passione: leggere. Ma mentre tra le rovine della gigantesca biblioteca pubblica agguanta il primo libro, i suoi occhiali cadono rompendosi. E non c’è nessuno che può ripararli... Un’idea semplicemente banale e genialmente realizzata, come furono tutte quelle dello show. Poi, finita l’età d’oro della serie, arrivarono negli anni Ottanta i tentativi di riverdirne il mito, con i nuovi episodi - lunghi un’ora, snaturando i tempi perfetti delle origini - firmati da Wes Craven e William Friedkin e interpretati da Morgan Freeman piuttosto che Bruce Willis, e arrivò anche il sogno solo sognato di Francis Ford Coppola di farci un film e l’incubo realizzato di Steven Spielberg che lo produsse. Era il 1983, e fece flop. Ormai, la porta in bianco e nero che si apriva su la quinta dimensione oltre a quelle che l’uomo già conosce, senza limiti come l’infinito e senza tempo come l’eternità, si era chiusa da un pezzo.