Ai francesi chiedo: e se vince Valverde?

La Grande Sagra del ciclismo parte con il peso del corridore spagnolo, sospettato di pratiche illecite ma salvato per il suo sponsor

Sarà un Tour molto particolare, per noi del Giornale. Per me in particolare, potrebbe rivelarsi molto sinistro: avendo chiesto a Damiano Cunego di scriverne dopo averlo pedalato, non vorrei che venisse imposto al sottoscritto di pedalarlo prima di scriverne.
Nell'attesa, bentornata alla grande sagra di luglio. L'eterna commedia estiva di Francia si ripropone con il suo gigantesco seguito di colore, folklore, onore, tutti elementi che impediscono da sempre di considerarla puro e semplice avvenimento sportivo. Il Tour è il Tour, dicono i francesi. E non aggiungerebbero altro, perché dal loro punto di vista significa già riassumere prestigio, unicità, perfezione. Al di qui delle Alpi, noi potremmo però aggiungere realisticamente che la gloria del Tour gode della smaccata propensione francese all'iperbole sciovinista, nonché di una invidiabile collocazione temporale nel calendario annuale. Quest'ultima annotazione, in particolare, merita due righe aggiuntive di sottolineatura. Per quanto bravi siano gli organizzatori francesi, a luglio la loro corsa arriva in località turistiche strapiene di curiosi, prima ancora che di tifosi. Facile registrare il tutto esaurito. Il Giro, tanto per non fare nomi, arriva invece nelle nostre località turistiche a maggio, in piena stagione morta: le folle che raggiungono i passi dolomitici devono andarci apposta, trovando immancabilmente le strutture alberghiere mestamente chiuse, a cavallo tra la fine della stagione sciistica e l'inizio di quella estiva.
Ma perché non sembri tutta invidia, conviene chiudere subito la parentesi delle eccezioni, riconoscendo comunque al Tour tutta la sua impareggiabile capacità di romanzare e di affabulare. Di emozionare. Di colpire le fantasie. Anche a costo di infliggere, prima degli spettacoli memorabili, una bella dozzina di tappe mostruosamente anonime e noiose. Niente: i francesi riescono a vendere bene persino queste, sostenendo che sono il giusto preludio alla gran cuccagna delle tappe decisive. E pazienza se poi, quest'anno in particolare, i tapponi veramente tapponi non sono poi più di tre-quattro (uno sui Pirenei, due sulle Alpi, la solita cronometro). Come dicono loro, questo è il Tour. Basta la parola, si adora a prescindere.
Per quanto riguarda noi italiani, le curiosità maggiori sono sostanzialmente due. La prima: chiarire una volta per tutte se Cunego e Riccò sono facce da Tour. Damiano qualcosa ha già lasciato intuire tempo fa, vincendo la classifica dei giovani. Un buon segnale, ma non va sopravvalutato: la maglia gialla è un'altra cosa. Ragionando a pallonate: un conto è vincere il Torneo di Viareggio, un altro lo scudetto. Il senso è già chiaro: Cunego deve superare l'esame vero. Gli fa onore, molto onore, aver scelto quest'anno di giocarsi tutto alla grande roulette francese, mettendo in conto persino la bancarotta. Così giocano i duri, così sfidano e si sfidano i campioni del temperamento.
Quanto a Riccò, ha già corso un Tour per puro apprendistato: anch'egli raggiunge la Francia per capirne e capirsi di più. Anche a lui, più delle tante, inutili, stucchevoli chiacchiere che profonde senza risparmio, fa moltissimo onore il coraggio. Reduce da un Giro pesantissimo, chiuso al secondo posto, avrebbe potuto svignarsela come tanti suoi colleghi in qualche amena spiaggia romagnola o caraibica. Invece no: ricaricate velocemente le pile, ha scelto anch'egli di rischiare.
Che dire: dobbiamo chiedere più a Cunego che a Riccò. Non dobbiamo pretendere subito da entrambi il trionfo tricolore. I nostri due ardimentosi presentano ancora un lato debole, in Francia debolissimo: la cronometro. E più in generale, per noi il Tour resta pur sempre una missione impossibile: non sarà un caso, se nell'ultimo mezzo secolo l'hanno vinto soltanto Gimondi e Pantani...
Rimane poi sempre la seconda curiosità ad aleggiare sull'intera avventura. Riguarda gli avversari: prima dell'australiano Evans, del russo Menchov e dei fratelli lussemburghesi Shleck, furoreggia nei pronostici il popolare Valverde, campionissimo di Spagna, ma soprattutto miracolato dell'Operacion Puerto (perché niente venga dimenticato: tra i famosi clienti del diabolico dottor Fuentes figurava un certo «Valv-Piti», nomignoli che somigliano maledettamente all'inizio di Valverde e al nome del suo cane, o sarà solo malizia italiana?). Ecco allora, senza farla troppo lunga, la seconda curiosità: in caso vincesse Valverde, sarà simpatico vedere come faranno i francesi a spacciare la loro bella creatura per illibata. Va bene che Valverde è a libro-paga di una grossa banca transalpina, ma servirà del coraggio per raccontarlo come volto nuovo del nuovo ciclismo alla francese.