Ai Giardini Montanelli con le pantegane ormai padrone di casa

I giardini pubblici in una città come la nostra - dove di verde ce n’è davvero poco - sono un’oasi di benessere. Quando fa caldo, poi - il caldo che fa a Milano - a chi rimane qui non resta altro: vedi gli alberi, pensi alla frescura (speri di trovarla), a qualche fontanella, magari a un riposino tra una pausa su una panchina e un buon libro. E mentre già pregusti quei momenti e con la bottiglietta d’acqua in mano ti addentri piano piano nel parco...Trovi un ratto! Un topone enorme. Che si gratta la schiena, bello bello, nel prato accanto ai bambini che giocano. Poco lontano qualche preservativo, dei vetri e tutta una serie di schifezze non identificate.
Eppure il parco sembrava così invitante, nel suo insieme, qualche attimo prima. E in pieno centro a Porta Venezia, giardini Montanelli. Le mail arrivate in redazione segnalavano il degrado nel polmone verde al centro di Milano, esteso da via Manin a corso Venezia, da via Palestro ai Bastioni di via Vittorio Veneto. I frequentatori del parco, amanti della città, scrivono a Il Giornale preoccupati di trovarsi in una città che non sentono più loro. «(...)Sarebbe opportuno che il nostro sindaco che tanta cura prodiga ai Centri sociali, ai rom, che vuole fare una moschea, si preoccupasse di coloro che da cinquant’anni hanno sempre pagato le tasse e che si ritrovano in una città che non è quella che volevano» ci scrive, ad esempio, la signora Mariateresa Colombo.
«Beh, le condizioni del parco sono quelle che sono - spiega Anna Laura Belleli, 31 anni, mentre passeggia con il suo bimbo di 3 mesi nella carrozzina accanto allo scivolo, tra il museo di Storia naturale e il padiglione dell’Oasi delle farfalle -. Guardi lì: è caduta una pianta e l’hanno abbandonata sopra un cestino dell’Amsa, radici comprese. E se, a un primo sguardo sembra che il parco sia pulito, basta osservare in maniera più approfondita. Quando diventerà più grande io mio figlio qui non ce lo porto di certo...».
Appena entrati dal cancello di via Palestro ci sono due barboni addormentati sulle panchine proprio di fronte ai bagni pubblici. Ci avviciniamo verso il laghetto, passano due ragazzi che corrono e parlano di una gara a cui vogliono partecipare, ma c’è qualcuno che va più veloce di loro: un uomo anziano, probabilmente un altro clochard, supera tutti e va a vomitare nello specchio d’acqua.
«Non è un bello spettacolo, però non glielo possiamo certo impedire: è all’aria aperta» sottolinea Marco Damelli, 22 anni, uno dei due maratoneti. Il suo compagno di corsa e coetaneo, Ludovico Ansaloni, ribatte: «No, non si può impedire, ma quello che c’è laggiù nell’angolo dovrebbero perlomeno farlo sparire». E indica così un mucchio di immondizia.
«Beh io ho paura ad aggirarmi da queste parti dopo una certa ora o anche in queste giornate d’agosto quando, anche in mattinata, c’è poca gente in giro - spiega Edda Bonetti, 71 anni appena compiuti, pensionata ex contitolare di un setificio brianzolo -. Non è certo raro vedere certi tipi che si scambiano dei pacchetti...Sono vecchia ma so che è droga. E, in quei casi, faccio finta di osservare un punto lontanissimo ma che nulla ha a che fare con loro».