Via ai Giochi, scattano le manette

Bloccati e rimpatriati due inglesi e due americani che avevano appeso uno striscione pro-Tibet davanti allo stadio. <strong><a href="/a.pic1?ID=281482">Bush lancia la sfida al regime</a></strong>: &quot;Più libertà per il popolo cinese&quot;. Petrucci pone fine alle polemiche sulla cerimonia d'inaugurazione: <strong><a href="/a.pic1?ID=281481">&quot;L'Italia sfilerà&quot;</a></strong>

La fiaccola ieri è arrivata a Pechino. Assieme sono arrivati anche gli arresti per schiacciare proteste e manifestazioni. A partire da quella, clamorosa, che ha colpito l’alba della capitale cinese. Sullo sfondo, lo stadio Nido d’Uccello, teatro della cerimonia d’apertura. In primo piano, un pilone di cemento; stagliato contro il cielo uno striscione con la scritta One World, one dream: Tibet Free (Un mondo, un sogno: Tibet libero).

Un messaggio che è fumo negli occhi per il governo cinese che però non può fare nulla: troppi i dodici minuti per cui è rimasto esposto lo striscione. Troppi per impedire alle immagini di circolare e fare il giro del mondo. Abbastanza per arrestare e poi espellere quattro stranieri: due inglesi e due americani, secondo una versione; tutti inglesi secondo un’altra. Tutto, a due giorni dall’inizio dei Giochi più blindati della storia.

Dopo l’arresto non si è fatta attendere la risposta cinese. «Condanniamo quest’azione - ha dichiarato un piccato Sun Weide, portavoce del comitato organizzativo (Bocog) -. Quattro stranieri si sono riuniti illegalmente. Siamo fermamente contrari a qualsiasi tentativo di politicizzare i Giochi olimpici. Abbiamo delle leggi in Cina e ci aspettiamo che gli stranieri le rispettino». Non importa che ieri il Dalai Lama, simbolo del Tibet oppresso e suo leader spirituale e politico (per quanto in esilio), abbia detto che prega per il successo delle Olimpiadi. Per i cinesi ormai la beffa è stata consumata, la protesta inscenata e che il premio Nobel per la pace dica che «la Cina ha perfettamente diritto di ospitare i Giochi» suona solo come un’ulteriore presa in giro alle orecchie del Governo.
Dopo il Tibet è venuto anche il momento del Darfur. I cinesi, è risaputo, con i capi di Stato africani fanno affari d’oro, senza guardare troppo alla limpidezza dei loro governi. E allora per Joey Cheek, medaglia d’oro di pattinaggio di velocità alle Olimpiadi invernali di Torino del 2006, è scattata la beffa: il visto d’entrata, già concesso, è stato ritirato. Motivazione? Troppo esposto come militante sul fronte del Darfur, tema urticante per il presidente sudanese al-Bashir, con cui Pechino fa ottimi affari. Immediata è scattata la protesta ufficiale Usa. «Abbiamo espresso alle autorità cinesi la nostra preoccupazione per il fatto che un cittadino americano, che ha diritto di muoversi liberamente, si veda rifiutare il permesso di andare in Cina» ha detto Robert Raines, portavoce dell’ambasciata americana.

In questo clima da pugno di ferro, agli attivisti pro-Tibet non resta che aggirare i divieti imposti dalle autorità cinesi: così alcuni di loro hanno organizzato un incontro con i giornalisti per presentare un documentario su come il popolo tibetano vede i Giochi. Ai pochi giornalisti sfuggiti al controllo del servizio di sicurezza dell’albergo, gli attivisti guidati dal pastore americano Eddie Romero, che chiede il rilascio di cristiani e militanti dei diritti umani detenuti in Cina, ha mostrato una scena inquietante: due stanze dell’hotel trasformate in «camere di interrogatorio» con tanto di manichini, sangue finto e slogan con la partecipazione degli stessi giornalisti. Ma anche questa iniziativa, alla fine, è stata bloccata. Nessun arresto, ma un attivista tedesco è stato invitato dal manager dell’hotel a trovarsi un’altra sistemazione se vuole restare nella capitale cinese. In quell’albergo non è più gradito.

Insomma, ogni azione di protesta è presa sul serio: al punto che Amanda Beard, nuotatrice statunitense nota oltre che per i successi sportivi anche per le forme statuarie, ha dovuto cambiare i suoi programmi. La Beard, attiva sul fronte dell’animalismo, aveva organizzato una manifestazione in un hotel per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla difesa degli animali da pelliccia: si trattava solo di mostrare qualche sua foto senza vestiti nell’ambito della campagna «A tuo agio con la tua pelle: non indossare pellicce» indetta dalla Peta. Niente da fare, troppo pericoloso per essere fatto in un hotel: molto meglio per il Governo spostare tutto all’interno del più controllabile villaggio olimpico.

E pensare che basterebbe così poco per far andare tutti d’amore e d’accordo. Infatti, protestare è concesso. Basta farlo secondo le regole. Ovvero, manifestando negli «spazi preposti», i tre grandi parchi nella periferia della capitale: Ritan, Shijie e Zizhuyan. Peccato che per farlo bisogna passare per un dedalo di uffici sparsi per Pechino e per un’infinità di pratiche burocratiche che scoraggerebbero anche l’attivista più determinato.