Ai giudici anche l’esclusiva di Cosa nostra in tv

CRITICHE Berlusconi attaccato sulla «Piovra». Ma le censure delle toghe sulle fiction sono oro colato

RomaIl problema delle fiction è che spesso tendono a rendere le «figure del male» accattivanti e affascinanti. Magari cattivi, ma espressione di una realtà che non può che essere malavitosa. Ad esempio Il Capo dei capi (quella sulla vita di Riina) veicola «una certa idea dell’immutabilità e dell’eternità della mafia stessa, difficile da vincere in una terra incline al fatalismo come la Sicilia». Quindi: «I registi e gli attori delle fiction Tv sulla mafia dovrebbero avere maggiore consapevolezza. Credo, infatti, che le fiction creino una visione distorta della mafia che incide sull'opinione pubblica giovanile. Involontariamente si creano dei miti».
Non è esattamente la tesi di Silvio Berlusconi - anche lui arrabbiato per la rappresentazione della mafia italiana nelle fiction - ma poco ci manca. E il bello è che a pensarla così è Antonio Ingroia pm antimafia della Procura di Palermo, anche lui impegnato, qualche mese fa, a bocciare le fiction sulla criminalità.
La polemica, riportata dal sito «duellanti», portò il giudice a bocciare alcune produzioni, in particolare Il Capo dei capi, sulla vita di Toto Riina, e a promuoverne altre: Gomorra e Il Divo che - secondo il Pm, hanno colto nel segno. «Basta volerlo, assumersi qualche rischio e qualche responsabilità». Da un parte, insomma, c’è il pericolo di mitizzare i mafiosi, dall’altra, invece, un tentativo di rappresentare le zone più oscure delle vicende mafiose, ad esempio il rapporto con la politica.
Distinzioni sottili, che può capire un italiano ben informato. Quella di Berlusconi, invece, era una considerazione ben comprensibile a chiunque sia andato all’estero e si sia reso conto quanto abbia pesato una serie come la Piovra, nella rappresentazione degli italiani. Sono passati anni, ma in alcune zone (in Russia e nell’Est europeo soprattutto, mentre nei Paesi anglosassoni, gli italiani sono quelli dei Sopranos) il mito della Piovra resiste ancora. Ingroia invece si concentra su altre fiction più attuali. Come Romanzo criminale: «Non credo - spiegò - che le fiction possano alimentare la criminalità. Se non si potesse più raccontare il fascino insidioso del male, da cui nessuno è esente, neanche noi magistrati, cancelleremmo buona parte della letteratura di tutti i tempi. Tuttavia, la critica dei miei colleghi è nobile, mi ricorda quella che fece il giudice Falcone a proposito dei romanzi di Sciascia, dove i mafiosi erano sempre i vincitori».
I dubbi su come viene rappresentata la mafia, dunque, sono venuti un po’ a tutti. Al premier Silvio Berlusconi però non è concesso prendere la parola. Anche se a ben guardare nessuno nei giorni scorsi ha contestato il senso delle sue dichiarazioni, a parte gli autori della fiction.
Ieri don Ciotti, animatore dell’associazione Libera e sacerdote antimafia, ha contestato al premier l’espressione «strozzerei» riferita agli autori («Bisogna sempre misurare le parole»), ma non ha difeso La Piovra, che non è mai stata un’icona del movimento antimafia. Paradossalmente Berlusconi è stato attaccato perché Mediaset ha prodotto la fiction su Riina e quelle su Falcone e Borsellino. E una delle poche critiche alle sue parole sulla serie di Placido è arrivata da Claudio Fava, esponente di Sinistra e libertà, uno dei leader del movimento antimafia degli anni Novanta, figlio di Giuseppe Fava, giornalista e scrittore ucciso da Cosa nostra. Sabato Fava ha accusato Berlusconi di avere usato un «linguaggio da mafioso». Fava è anche uno dei due autori della fiction Mediaset Il Capo dei capi, quella che non è piaciuta al Pm antimafia.