Ai malati di cancro le medicine negate dalla Regione

Quando si è trattato di razionalizzare le spese della sanità il presidente della Regione Piero Marrazzo non ha guardato in faccia nessuno, neppure i malati di tumore. Che da un giorno all’altro si sono visti negare il diritto di ottenere gratuitamente i farmaci salvavita prescritti in clinica dagli oncologi di fiducia, così come previsto dalla delibera n. 2040 del 2001. Ora il Consiglio di Stato ha sospeso gli effetti della delibera del 2007 (n. 1039) che, appunto in nome del risparmio, aveva tolto anche l’ultima speranza di cura ai pazienti in cura presso strutture private dopo le prognosi di «morte imminente» ricevute in ospedale e di fatto restituisce ai malati le terapie e le medicine negate dalla Regione.
I giudici della V sezione del Consiglio di Stato hanno rilevato «il danno grave e irreparabile derivante dalla sospensione dei protocolli terapeutici» e hanno accolto l’istanza di sospensione presentata dagli avvocati Giorgio Vaccari e Luciana Selmi per conto di cinque pazienti tra i 40 e i 50 anni. Per loro, già respinti dalle strutture pubbliche con prognosi infauste, era diventato impossibile curarsi privatamente dopo l’annullamento della delibera che li autorizzava ad ottenere le medicine necessarie alle stesse condizioni degli ospedali. Ma i tagli sono i tagli, e Marrazzo nel tentativo di risanare le casse della sanità pubblica non aveva risparmiato neppure i malati di tumore. «Eppure - commenta l’avvocato Vaccaro - diversi malati respinti dagli ospedali sono andati avanti in modo dignitoso curandosi privatamente anche per due o tre anni». Un primo ricorso al Tar non aveva avuto buon esito: i giudici amministrativi avevano sostenuto che negli ospedali i ricorrenti avrebbero potuto ottenere tranquillamente le medicine necessarie. L’appello al Consiglio di Stato ha restituito ai malati di cancro la possibilità di affidarsi a medici di fiducia e di curarsi alle stesse condizioni offerte a chi sta in ospedale. Per i giudici la delibera della giunta regionale «non contiene disposizioni atte ad assicurare la verifica tempestiva e la continuazione dei protocolli terapeutici già in essere da tempo anteriore alla deliberazione stessa». I legali infatti hanno dimostrato che i pazienti in cura in clinica, magari da anni, se costretti ad andare in ospedale per proseguire la terapia, dovrebbero rifare daccapo le analisi, ricominciare con una trafila di prescrizioni diverse, mentre la malattia continuerebbe a fare il suo corso. «E questo - osservano gli avvocati - con la sola giustificazione di voler ripianare i disastrosi bilanci della Regione». È appunto il risparmio l’altro aspetto su cui hanno insistito gli avvocati. Del tutto inesistente, a loro dire, dal momento che le cliniche usufruiscono dello stesso regime di sconto previsto per gli ospedali. «Ognuno - osserva l’avvocato Vaccaro - ha il diritto costituzionale di esser curato sino a quando è in vita e di ottenere i farmaci che gli consentano di mantenere la migliore qualità possibile della stessa».