AI MARGINI DEL MONDO

La terminologia diplomatica descrive bene, una volta tanto, la realtà: quello fra Romano Prodi e George Bush a San Pietroburgo è stato proprio un incontro «ai margini» dei lavori del G8. Non poteva forse essere altrimenti, in casa di Vladimir Putin, con una guerra in corso nel Libano e una crisi politica che incombe in Ucraina. Ma poteva essere qualcosa di più di un «incontro molto cordiale che riflette l’importanza delle nostre relazioni» e in cui il presidente americano ha espresso le più calorose congratulazioni per la vittoria dell’Italia nella coppa del mondo calcistica. Un «vertice» in cui si è «speso molto tempo sul futuro», vale a dire sulla situazione energetica e che per il resto è consistito soprattutto, parola di Prodi, in uno «scambio di informazioni». Neppure completissimo, dal momento che, almeno ufficialmente, non si è parlato del caso Abu Omar, potenzialmente di una gravità senza precedenti nei rapporti fra Roma e Washington, come ha ammonito nei termini più drammatici l’ex presidente Cossiga. Sull’Irak Bush ha espresso «comprensione» per le decisioni del governo italiano, che ha definito «coerente con le promesse elettorali». Dell’Afghanistan si è parlato a quanto pare poco e quanto al Libano il massimo di accordo è la comune convinzione che la presenza nell’area di frontiera delle formazioni armate di hezbollah sia un grave ostacolo a ogni trattativa.
Sembra poco, è poco. Ma quel poco si presta ad essere riassunto. Anzi lo richiede. Dal faccia a faccia con Bush è emersa infatti una conferma che non può essere sottovalutata: che con l’avvento del governo Prodi la politica estera italiana ha imboccato una svolta importante e che dunque avrà delle conseguenze, anche a lungo termine. La crisi libanese non fa che confermare gli sviluppi preannunciati dalle nuove scelte di Roma sull’Irak (apertamente, con la cessazione del nostro ruolo militare) e sull’Afghanistan, sulla più complessa sua riduzione. Le omissioni di Prodi, le prudenze di D’Alema non possono e in fondo neppure vogliono, contraddire questa realtà: cinque anni dopo la «svolta» del governo Berlusconi in una direzione più «atlantica», più «anglosassone» e con un nuovo accento sui rapporti con Israele, è arrivata la controsvolta, che ufficialmente, e prudentemente, si definisce «europea»: che sposta l’Italia su posizioni vicine a quelle della Germania e della Francia. L’«Europa» viene prima dell’Occidente. L’Italia, è stato detto, «si riconosce pienamente nella posizione assunta dall’Ue». Più vicino a casa, ritorniamo a una linea «mediterranea» che è da decenni nel dna della Sinistra.
C’è chi se ne duole, a Washington e ancor più a Gerusalemme; ma non sono in molti a stupirsene, nemmeno in casa nostra. Questo perché in un certo senso la controsvolta era inevitabile e, così come il disimpegno militare dall’Irak, legata alle promesse elettorali e al risultato emerso dalle urne dopo una specie di finale ai rigori come quella di Berlino ma con esito meno felice. Un governo raffazzonato nella composizione e traballante ad ogni iniziativa importante può ritrovare forse una sua unità, ricompattarsi proprio soltanto nella politica estera. Non è un caso: la crisi libanese ha soprattutto accelerato e chiarito questo processo. Al di là delle critiche, delle oscillazioni, delle debolezze, in questo mutamento di rotta si esprime l’«anima» di un centrosinistra che è tanto più Sinistra che Centro.