Ai milanesi Veltroni non dia lezioni

Venerdì scorso la tournée di Walter Veltroni ha fatto tappa a Milano, Teatro Dal Verme. L'esibizione era una «lezione di politica», cioè di teoria del veltronismo da parte dell’aspirante leader del futuro ed eventuale partito democratico. L’inventore del buonismo, saggista, romanziere, biografo di jazzisti, sceneggiatore, cinefilo militante, africanista filantropo e ora divulgatore teatrale di idee sulla politica, pare che a tempo perso riesca anche a fare il sindaco di Roma. Buon per lui e per i romani. Grande successo di pubblico e critica: parterre de roi e gran folla della sinistra al caviale milanese. Ma c'erano anche tanti curiosi e persino qualche scettico. Pochi i dissidenti. A noi sia consentita un'obiezione di merito, e non tanto sull'opportunità, comunque da valutare, che il sindaco di Roma venga a dare lezioni di politica a Milano: non vogliamo cedere al consueto gioco di competizione fra le due capitali. No, il punto è un altro. Forse qualcuno avrebbe dovuto spiegare a Veltroni che non dovrebbero essere i leader politici a impartire lezioni alla società ma, semmai, il contrario. Qui a Milano è sempre andata così, almeno apparentemente. Anche ai tempi della prima repubblica, la partitocrazia trionfante faceva di tutto per mostrare attenzione a quella che allora si chiamava «la base»: ogni partito si sforzava di ascoltare la propria. Poi è arrivata la retorica della «società civile», definizione politica più vaga, coniata proprio qui a Milano all'alba di tangentopoli, inizialmente perfino con un suo circolo e una rivista: non è più la «base» dei partiti ma questa più generica entità socio-politica che pretende di essere ascoltata dai leader. Nessuno dei quali, comunque, si è mai sognato di impartire «lezioni» ai cittadini. Ebbene, venerdì scorso lo ha fatto Veltroni. E solo lui poteva farlo, al riparo della sua zuccherosa e accattivante demagogia della banalità.