«Ai ragazzi che ricordano Abba

Nel nome di Abba. Il nome di suo figlio è scandito in questi giorni negli slogan degli studenti che attraversano le strade di Milano per protestare un po’ contro tutto, la riforma della scuola o il razzismo. E nel nome di Abdoul, ucciso due mesi fa a sprangate davanti a un bar, gli amici hanno dato sfogo alla rabbia e al dolore per la vita di un ragazzo, di pelle nera e cittadinanza italiana, stroncata per il banale furtarello di un pacchetto di biscotti, non lontano dalla stazione Centrale.
Nel nome del figlio, invece, Hassani Guibre resta in Italia, a Cernusco sul Naviglio dove vive da molti anni, e ha la forza di usare parole di saggezza.
Signor Guibre, la morte di suo figlio ha provocato dolore, indignazione e anche rabbia, in tanti giovani, amici di Abdoul e non, ragazzi di colore e bianchi...
«La rabbia dei ragazzi amici di Abba la capisco. Non è stato facile vederlo morire così. Loro conoscevano mio figlio, il suo carattere. Non si può dimenticare, ma io li invito a non usare la cattiveria contro la cattiveria, la violenza contro la violenza».
Il nome di suo figlio è scandito da tanti ragazzi per strada, per molti è un simbolo. Questa cosa le dà sollievo?
«L’uomo può morire, ma il suo nome non muore mai. Questo mi fa piacere se serve a far capire chi era davvero questo ragazzo».
Lei riesce a convivere con la rabbia?
«Se non si sta attenti la rabbia viene fuori. Le nostre cicatrici sono profonde, non so se finiranno mai. Forse posso essere rimarginate solo con una giustizia vera, che condanni chi ha fatto questo a mio figlio».
Che cosa sognava suo figlio? Che progetti aveva?
«Un lavoro, una sua casa. Il lunedì avrebbe dovuto iniziare il suo nuovo lavoro, ma quel lunedì per lui non è mai arrivato».
Abba non riposa qui a Milano, ma nel Burkina Faso. Perché avete scelto di riportarlo nel vostro paese d’origine?
«È la nostra cultura. Qui dopo un po’ di anni le salme vengono tirate fuori e spostate. Non è solo un fatto religioso, ma è la nostra cultura che lo vieta. Per questo Abba riposa vicino ai suoi nonni. E noi torneremo a casa quando sarò in pensione. Gli altri miei figli invece decideranno liberamente».
Nonostante tutto, oggi lei si sente ancora di vivere qui in Italia?
«Qui tutti conoscevano mio figlio. Ha fatto qui l’asilo, le elementari, le medie. Lo conoscevano i coetanei, lo ricordavano le maestre e le donne che lavoravano nella mensa della scuola, i compagni della squadra, ma anche gli anziani. La sua morte è stata una ferita per tutti».
Qualcuno dice che l’Italia sia un Paese razzista. Lei crede che sia così?
«Io vivo in Italia da 20 anni. Durante tutti questi anni nessuno è mai stato razzista con me. Io credo che lo siano quelli che hanno ucciso mio figlio. Se fosse stato bianco sarebbe ancora vivo. Ma io non posso condannare tutti gli italiani. Tanti italiani mi hanno dato fiducia in questi anni, e io a loro».
Per questo il giorno dei funerali lei ha ringraziato «soprattutto gli italiani che hanno partecipato».
«Io lo ripeto anche oggi. Ringrazio soprattutto gli italiani. Ringrazio quelli che non ci hanno fatto sentire soli. Quelli che hanno dimostrato che il nostro dolore era anche il loro. Destra o sinistra. Il sindaco di Cernusco, il presidente Penati, la signora Moratti. E vorrei che mi aiutassero fino in fondo».
In che modo?
«Vorrei che il nome di mio figlio fosse ricordato davvero aiutando i bambini e le madri del Burkina Faso. Quello che chiedo agli italiani di buona volontà è un’associazione con il nome di Abba e con questo scopo. Così quando qualcuno sarà aiutato attraverso il nome di mio figlio sarà come se lo avesse aiutato mio figlio, e le madri penseranno che mio figlio era come i loro. Così il nome di Abba continuerà davvero a vivere».