«Ai raggi x le falsità intorno all’infanzia»

In cartellone al Litta «Salviamo i bambini» di Gabrielli. Dalle adozioni al lavoro, i «benefattori» sotto processo

Viviana Persiani

Anche se qualcuno sostiene che il teatro è agonizzante, nutrendosi in extremis solo di classicità, la recente realtà teatrale afferma il contrario. Tra i numerosi, talvolta timidi tentativi di affermare la nuova drammaturgia, il concorso ExtraCandoni ha premiato Salviamo i bambini di Renato Gabrielli che, in scena al Teatro Litta fino al 16 giugno darà prova dell’attenzione con la quale un autore riesce a volgere il suo sguardo alla nostra contemporaneità. Per la regia di Sabrina Sinatti, artista con la quale Gabrielli ha creato un sodalizio artistico, la messinscena, definita «spettacolo della beneficenza o la beneficenza come spettacolo», tra surrealismo, ilarità, comicità e noir, offre uno spaccato del mondo dell’oggi. È la regista Sinatti che racconta come, da un testo «gabrielliano», sia approdata a una rappresentazione, plasmando una scrittura sarcastica e rispettando in pieno le intenzioni dell’autore. «Ho letto questa ultima opera di Gabrielli come un’allegoria sulla contemporaneità».
In che senso?
«Ogni immagine si svolge con personaggi metaforici; la protagonista, Gaia, è una donna che, filmata in un luogo intimo della sua casa, nella sua cabina armadio, viene a contatto con una realtà filtrata dal suo sguardo, con un universo soggettivo che forse di reale ha ben poco, avvicinandosi alla dimensione onirica».
Cosa fa questa donna?
«Tutto parte dallo sguardo enigmatico e vuoto di un bimbo di un paese lontano che si fissa sul volto di Gaia. Forse è il figlio che ha adottato a distanza. Forse lui la sta osservando da una postazione Internet con webcam che lei stessa gli ha regalato. Lei cerca di comunicare, ma dalle ante dell’armadio, da ogni anfratto, da qualsiasi pertugio fuoriescono figure grottesche e inquietanti che sembrano contraddire suoi slanci affettivi e le sue aspirazioni umanitarie».
Una sorta di incubo?
«A sostenere la visione onirica dalla vicenda ci sono, infatti, queste persone che portano in scena la dualità maschera/corpo. In una sorta di gioco dinamico, i personaggi inquietano Gaia».
Qual è il messaggio dell’autore?
«Gabrielli attraverso una scrittura ironica, guidata da humour nero, ha raccontato dell’ipocrisia che governa la nostra società. Le adozioni a distanza, il lavoro minorile: qui vengono prese in esame alcune delle tematiche legate al mondo dell’infanzia, analizzando la falsità e le ipocrisie di coloro che appartengono invece alla sfera dei cosiddetti benefattori».
Cosa la lega a Gabrielli?
«Abbiamo già lavorato assieme anche per l’allestimento di “Cesso dentro”, una prima tappa di una progettualità che spero proseguirà con altri lavori. Siamo soliti collaborare per la realizzazioni dei suoi testi che io seguo fin dallo stato embrionale, cercando subito delle soluzioni sceniche ideali».