Ai rossoneri non serve più occorre un nuovo progetto

M eno di un anno fa, di questi tempi, Shevchenko maturò il convincimento che il Milan fosse diventato il suo problema. E che le incomprensioni con Ancelotti, i rimproveri di Costacurta e Maldini, fossero la spia di qualche invidiuzza, conseguenza del suo rapporto privilegiato con Silvio Berlusconi, padrino del primogenito Jordan. Ora, trasferito al Chelsea su una carrozza carica di dollari depositati a Kiev, pensa che il problema sia Mourinho e lo scarso feeling con qualche influente esponente del club. Dopo un anno la realtà si fa strada senza inganni: il problema non è né il Milan né Mourinho, il problema di Shevchenko è Shevchenko stesso. Che nel frattempo è diventato un altro uomo, molto diverso dal ragazzo pieno di sogni, di voglia e di forza, spuntato a Milano come al luna park, disposto ad allenarsi tre volte al giorno nei primi tempi di Milanello. La sua fortuna è una e una soltanto: il gol è ancora innamorato di lui e non lo tradisce quasi mai. Grazie a questa magica intesa, Shevchenko può sopravvivere al suo declino che è nella testa e che chiama in causa anche velleità familiari.
Shevchenko di ritorno al Milan è una di quelle storie destinate a riempire le cronache dei nostri giornali senza lasciare il segno. Ammesso che Abramovich decida - e niente lo lascia credere - non è Shevchenko che può far attraversare al Milan il deserto attuale. Anzi è bene che nessuno si illuda di tale possibilità immaginando l’ucraino, uno pieno di fede che arriva a Milanello e declama: alzati Milan e cammina, anzi corri. No, non funziona così nel calcio. Anche se si tratta di Shevchenko. Non funzionò con Gullit, ai tempi di Capello, andata e ritorno dalla Samp. Il Milan ha bisogno di altro. E non certo della banale rifondazione rispolverata a ogni accenno di declino. Se ne parlò fin dai tempi in cui Sacchi lasciò l’eredità a don Fabio e più avanti, a distanza di qualche anno. Il Milan deve congedare a giugno gli eroi datati, Maldini e Costacurta, Cafu e Serghinho, per togliere al resto del gruppo ogni alibi e lanciarli in piscina come si fa coi bimbi appena nati. O affogano oppure cominciano a nuotare. Ora affogano in una pozzanghera i Brocchi e i Bonera, i Gourcuff e i Gilardino.
Ancora una volta tutto dipende da Silvio Berlusconi più che dal fiuto di Galliani e Braida i quali in 20 anni han collezionato successi e sfondoni, i primi più numerosi dei secondi. Ma non per comprare, comprare e basta: mettere insieme Ronaldinho e Buffon è semplicissimo, basta scrivere una cifra su un assegno. Serve un progetto nuovo, ancorato alla filosofia di sempre. Altrimenti l’Inter di Moratti avrebbe vinto da due lustri.