AIDA COOPER La regina del blues che voleva fare la prof

La cantante, stasera alle Scimmie con il suo gruppo, da ragazza sognava di insegnare letteratura italiana

Franco Fayenz

Questa sera alle 22 e 30, come il Giornale ha già annunciato, si esibisce alle Scimmie la cantante Aida Cooper accompagnata dal suo gruppo.
Il locale di via Ascanio Sforza 49, con un pizzico di dolus bonus, la definisce «artista generosa, di ineguagliabile carisma e di voce potente». Viene a dire arrivederci al pubblico milanese in partenza per le vacanze dopo avere allietato più volte, nella stagione che termina, il palcoscenico delle Scimmie con la sua grinta e la sua incisiva presenza scenica».
D’accordo. Tuttavia il nome della dinamica blues singer ravviva, in chi l’abbia conosciuto e apprezzato, il ricordo intenso dell’artista e dell’uomo prematuramente scomparso che ha condiviso con lei un tratto di vita, Cooper Terry. Alto e bello malgrado un cappellaccio da cowboy texano, si presentò in una sera d’inverno fra il 1971 e il 1972 al «Jazz Power» di piazza Duomo, un club che fu attivo per due anni soltanto, ma organizzò concerti di grandissimo prestigio.
«Ho ventidue anni. So cantare blues e suonare l’armonica e la chitarra», disse; si seppe presto che si chiamava in realtà Verl Cooper, e che aveva adottato Terry come cognome d’arte in omaggio al suo maestro Sonny Terry. Ebbe successo. Incise dischi, tenne concerti (uno al Teatro La Fenice di Venezia) e riscosse forti simpatie. Nessuno lo ha dimenticato, e questa è una bella occasione per confermarlo.
Aida Cooper è assolutamente italiana. È nata fra le dolci colline piacentine e da ragazza non aveva affatto la vocazione della cantante, ma piuttosto quella di insegnare letteratura italiana. Non sa dire nemmeno lei come e perché abbia cambiato idea. Forse perché (diciamo noi, e lo dicono in tanti) la sua voce era davvero pregevole, frutto di un indubbio talento naturale. Non fu di questo parere, peraltro, la giuria del Festival di Sanremo dove Aida approdò a vele spiegate. Sfiorò il trionfo ma fu rispedita al mittente; e fu la fortuna sua e degli ascoltatori perché, meditando sulle proprie vicende, Aida Cooper scoprì che la sua disposizione più vera e profonda era per la «musica del diavolo», il blues.
Per il blues aveva tutto: la voce vigorosa e «nera», appunto, l’istinto di quella cultura lontana, e il dinamismo e il dominio del palcoscenico. «Fu così - racconta - che mi ritrovai di nuovo con un microfono non sempre efficiente in mano, una sera sì e l’altra pure».
Aida Cooper, Le Scimmie, via Ascanio Sforza 49, questa sera alle ore 22.30