Aids, la cura italiana contro i trionfalismi

La comunicazione dei risultati della prima fase di sperimentazione del vaccino contro l’Aids, da parte dell’Istituto superiore di sanità, è un evento di particolare importanza che merita alcuni commenti. La dottoressa Barbara Ensoli, capo del team di ricercatori che ha guidato la sperimentazione, ha comunicato ieri presso lo stesso Istituto superiore di sanità, nella conferenza stampa che è seguita al meeting tecnico-scientifico, che tutti gli obiettivi dello studio di fase 1 sono stati raggiunti.
Lo studio, condotto con finalità sia di tipo preventivo che terapeutico, come ha riferito la dott. ssa Ensoli, in primo luogo ha dimostrato la sicurezza del vaccino. Questo era infatti l’obiettivo principale dello studio. C’era anche un obiettivo secondario, che era quello di effettuare una valutazione preliminare della risposta immunitaria al vaccino e in effetti il vaccino è stato in grado di stimolare le difese dell’organismo contro il virus.
La fase 1 ovviamente non può dare indicazioni sull’efficacia del vaccino. Prima di parlare di efficacia del vaccino bisogna aspettare la fase 2 e la fase 3 condotta su migliaia di persone. Bisogna pertanto usare cautela ed evitare trionfalismi che potrebbero indurre false aspettative nei malati. Dunque è ancora presto per cantar vittoria. Ma, cionondimeno, l’evento comunicativo di ieri è importante per i seguenti motivi:
1.Dopo gli esperimenti sui piccoli animali e sulla scimmia l’espletamento della fase 1 rappresenta un’importante tappa raggiunta sul percorso che successivamente, attraverso le fasi 2 e 3, porterà a stabilire se ci sarà efficacia del vaccino, come già dimostrato nelle scimmie. Questa fase ha un valore aggiunto particolare se pensiamo che finora nel mondo le sperimentazioni di fase 3 con vari vaccini anti Aids sono fallite.
2.Lo studio del vaccino è stato compiuto da una ricercatrice, Barbara Ensoli, che dopo 12 anni di permanenza negli Stati Uniti è tornata in Italia, dove ha compiuto le sue ricerche. I ricercatori che hanno lavorato a questo progetto sono italiani e le risorse pure vengono dall’Italia, è giusto pertanto parlare di vaccino «italiano».
3.Indipendentemente dai risultati, che auspichiamo positivi, tuttavia già adesso si può dire che questo studio è stato in grado di attivare una forte rete di cooperazione nazionale e internazionale e di attrarre fondi dall’Europa.
4.Barbara Ensoli rappresenta un esempio controcorrente rispetto alla cosiddetta «emigrazione dei cervelli». Questo fa pensare che la situazione italiana non è sempre così negativa come viene descritta. Infatti, in certi casi, come quello dell’Istituto superiore di sanità, che da 10 anni offre ospitalità e supporto alle ricerche della Ensoli, si possono realizzare condizioni per far tornare molti nostri ricercatori che stanno ancora all’estero.
È auspicabile che gli studi sul vaccino italiano proseguano in frotta per arrivare ad avere risposte in un periodo che sappiamo essere ancora lungo e certamente non inferiore ai 5 anni.