Aids in Libia, a morte le infermiere bulgare

Condannati a morte per l’infamante accusa di avere utilizzato 426 bambini libici come cavie umane per il virus Hiv, infettandoli volutamente per studiarne le reazioni. Letta così, la pena capitale inflitta ieri da una Corte d’appello di Tripoli a cinque infermiere bulgare e un medico palestinese, suona quasi come un inevitabile verdetto, ma in realtà si tratterebbe di una montatura di Stato. Per coprire le gravi carenze della sanità libica, che avrebbero provocato l’epidemia di Aids, come sostengono studiosi di fama internazionale, le autorità libiche hanno trovato un capro espiatorio, che ha evitato lo scandalo e la furia popolare.
Tutto ha avuto inizio nell’ospedale di Bengasi, la seconda città del Paese, dove nel 1998 hanno cominciato a lavorare le cinque infermiere bulgare, Kristiana Vulcheva, Nasya Nenova, Valentina Siropulo, Valya Chervenyashka e Snezhana Dimitrova. In corsia c’era anche il medico palestinese Ashraf Alhajouj. Un anno dopo, 19 bulgari tra medici e infermieri, oltre al medico palestinese, sono stati arrestati con l’accusa di aver infettato con l’Hiv 426 bambini, 52 dei quali sono morti.
Alla fine sono rimasti dietro le sbarre in sei, che hanno sempre protestato la loro innocenza. Tre imputati hanno «confessato» sotto tortura, e hanno poi ritrattato. L’avvocato della difesa, Othman Bizanti, alla vigilia dell’ultimo processo, aveva prodotto documenti per provare che si erano registrati a Bengasi 207 casi di contaminazione da virus dell’Aids nel 1997, quindi un anno prima dell’arrivo in ospedale dei sei sospettati. La vicenda fu messa a tacere e non c’è stato verso di fare chiarezza in tribunale.
Medici famosi, come Luc Montagnier, lo scopritore del virus dell’Hiv, e la rivista Nature, hanno confermato che l’epidemia di Aids a Bengasi era scoppiata prima del fantomatico complotto dei sei condannati a morte. Le cause andavano ricercate nella disastrosa situazione della sanità libica, a partire dall’igiene fino alla scarsa professionalità del personale, che magari continuava a usare siringhe infette.
I sei sospetti erano già stati condannati alla pena capitale nel 2004, ma la Corte suprema libica aveva ordinato la revisione del processo per non meglio specificate lacune. Il processo d’appello era iniziato sette mesi fa, e «nessuna delle prove che dimostravano la loro innocenza è stata presa in considerazione», ha denunciato Emmanuel Altit, un avvocato francese che fa parte del collegio internazionale di difesa degli imputati. Il giudice, Mahmoud Haouissa, non ha avuto dubbi nell’emettere la sentenza, basata su una relazione di tre medici libici, che non contiene alcun dato scientifico attendibile.
«Il verdetto non cambia nulla, perché io sono innocente», ha dichiarato il medico palestinese condannato assieme alle infermiere. «È una disgrazia. Non riesco a capire come possa essere commessa una simile ingiustizia», ha detto Polina Dimitrova, la figlia di una delle condannate, Snezhana Dimitrova.
I sei presenteranno appello alla Corte suprema, ma avranno la possibilità di un ulteriore ricorso all’Alto consiglio, presieduto dal ministro della Giustizia, Ali Omar Hassnaoui. Di clemenza non vogliono sentire parlare i genitori delle 52 vittime, che ieri hanno organizzato una manifestazione di giubilo alzando le foto dei loro figli uccisi dal virus, e cartelloni che chiedevano l’immediata esecuzione dei condannati. Una scappatoia potrebbe essere il risarcimento di 10 milioni di euro per ogni vittima, come «prezzo del sangue», che almeno commuterebbe la sentenza, come prevede il codice islamico. La Bulgaria, però, si rifiuta di pagare, sostenendo che sarebbe un’ammissione di colpevolezza. Da tempo Sofia e l’Unione Europea sono impegnate in un programma di aiuto ai bambini sopravvissuti all’infezione, molti dei quali vengono curati in Italia.
Il regime di Gheddafi sta giocando una partita difficile in questa vicenda, nel momento in cui ha intrapreso il riavvicinamento all’Occidente dopo gli anni bui del terrorismo. Le reazioni della comunità internazionale non si sono fatte attendere, a cominciare dall’Unione Europea. La sentenza è stata definita «inaccettabile» dal commissario alle Relazioni esterne Benita Ferrero-Waldner. Durissima la reazione del vicepresidente della Commissione Ue, Franco Frattini: «Sono sconvolto, deluso e scioccato - ha detto - le autorità libiche dovrebbero ripensarci al più presto». Frattini ha ricordato che «la Bulgaria dal primo gennaio è membro dell’Ue» e dunque la condanna «sarebbe un ostacolo alla nostra cooperazione con la Libia». Il presidente del Consiglio italiano Romano Prodi ha fatto sapere che l’Italia si è impegnata per ottenere un gesto di clemenza dalle autorità libiche.
La Bulgaria «respinge categoricamente le condanne a morte di persone innocenti», che «nasconde i veri autori del contagio». Il ministro di Sofia per gli Affari europei, Meglena Kuneva, ha inoltre ribadito che «la conferma della pena di morte è profondamente scioccante, non la accetteremo. Faremo tutto il possibile per prevenire un atto politicamente e moralmente infondato».