Air France è una scelta obbligata

L’italianità nel processo di privatizzazione delle aziende pubbliche sembra sia tornata a essere un valore. Per anni siamo stati tra i pochissimi a difendere la strategicità di questa posizione, convinti come siamo che l’Italia non debba rimanere fuori dal riassetto del capitalismo industriale e finanziario europeo e internazionale. Attenti però a non usare questo tema strumentalmente. Nella vicenda Alitalia, ad esempio, non c’è alcun dubbio che l’offerta migliore sia quella di Air France-Klm. Quest’ultima è la prima compagnia aerea al mondo per ricavi e per trasporto merci ed è la prima in Europa per quote di mercato. Ci troviamo cioè davanti a un colosso internazionale che, sul piano industriale e su quello finanziario, dà garanzie di assoluta qualità. Ma si tratta pur sempre della vendita della nostra compagnia di bandiera e mantenere in vita non solo il marchio ma anche una presenza italiana nella compagine azionaria diventa essenziale per le ragioni che dicevamo in apertura. L’eventuale scelta di AirOne-Bancaintesa, industrialmente più debole, risolverebbe quest’aspetto alla radice, anche se l’ombra lunga della Lufthansa è molto più di un’ombra. Ma anche nell’offerta di Air France-Klm questo aspetto trova una risposta positiva che può addirittura essere rafforzata. La proposta francese, infatti, si basa su un’offerta pubblica di scambio, cioè carta contro carta, per cui il 49 per cento di azioni Alitalia nelle mani del Tesoro si trasformerebbe nel 3 per cento delle azioni della holding Air France-Klm. Se si tiene conto che l’azionista di riferimento di Air France è lo Stato francese con il 17 per cento, in presenza di un flottante del 70 per cento, lo Stato italiano sarebbe il secondo azionista con il 3 per cento. In una vera e propria trattativa tra governi (cosa che si sarebbe dovuta fare sin dall’inizio) questa quota potrà aumentare sia ritoccando il valore dell’azione Alitalia, sia garantendo al Tesoro una maggiore quota nell’aumento di capitale di 750 milioni di euro, per cui al termine della giostra quel 3 per cento può trasformarsi nel 4-5 per cento. A questo punto ci troveremmo non più dinanzi a una vendita «a uno straniero» ma a un processo di internazionalizzazione attiva della nostra compagnia di bandiera nella quale la presenza italiana verrebbe garantita, nella qualità di secondo azionista, dal Tesoro e/o da una grande banca italiana. È questo il percorso virtuoso per un grande Paese nella stagione della globalizzazione.
Non ci sfugge, però, che c’è anche la questione Malpensa. Noi non siamo afflitti dalla ideologia del «mercatismo», ma riteniamo che il mercato abbia pur sempre una sua forza e una sua legittimità. Se l’accordo Air France-Klm-Alitalia lascia insoddisfatta una parte della domanda lombarda e nordista nei collegamenti internazionali e intercontinentali, non c’è dubbio che altre compagnie acquisterebbero subito quegli slot lasciati liberi da Alitalia. A cominciare dalla stessa AirOne, che potrebbe così crescere ancora di più, e dalla Lufthansa, per non parlare delle compagnie orientali che non vorranno farsi sfuggire quote di mercato importanti.
Insomma, una cosa è assicurare un destino utile alla nostra compagnia di bandiera, altra cosa è impegnarsi a garantire a Malpensa quel ruolo per cui è stata costruita. Questa seconda esigenza la può soddisfare pienamente il mercato, tanto più che se dovesse prevalere l’altra offerta, quella di AirOne, a soffrire in maniera ancora più grave sarebbe Linate, perché l’Antitrust non potrebbe consentire alla nuova società una posizione dominante (l’80 per cento) della tratta Roma-Milano. Se la domanda intercontinentale può essere appetibile per grandi compagnie internazionali, le tratte domestiche avrebbero senz’altro minore appeal, con tutte le inevitabili conseguenze. Come si vede, la strada dell’accordo con Air France è una scelta obbligata, a condizione però che il governo sappia condurre con Sarkozy una trattativa alta, rapida e intelligente.
Geronimo