Airbus in fiamme: tutti salvi i 297 passeggeri

Tra le persone che ha mandato in carcere il Nobel per la pace Shirin Ebadi e il giornalista Ganji, colpevole di avere denunciato i responsabili della morte di oppositori politici

Gian Micalessin

Akbar Ganji, il giornalista di 46 anni incarcerato per aver denunciato i funzionari dei servizi segreti coinvolti nell'assassinio di un gruppo di dissidenti è al 53° giorno di sciopero della fame e ormai vicino alla morte. Masoud Moqadasi il giudice che nel 2000 lo condannò a sei anni di reclusione lo ha preceduto. È stato freddato ieri pomeriggio mentre usciva dal tribunale di Teheran. Un killer in moto s'è accostato all’auto del magistrato e ha scaricato cinque colpi contro il posto di guida. Masoud Moqadasi, viceprocuratore, è stato colpito da due proiettili al volto ed è morto sul colpo. Subito dopo il killer si è eclissato nel traffico. «Purtroppo il nostro fratello Moqadasi, capo del complesso giudiziario dell'Ershad, è stato ucciso a colpi di pistola mentre usciva dal lavoro», ha dichiarato ieri il comandante della polizia, Motreza Talaie.
Oltre ad aver condannato Akbar Ganji, Moqadasi aveva condotto il processo contro gli intellettuali riformatori rientrati dalla conferenza dell'opposizione tenutasi a Berlino nel 2000 e, nello stesso anno, aveva sbattuto in galera la dissidente Shirin Ebadi, premio Nobel per la pace nel 2003. Moqadasi guidava la divisione della procura di Teheran incaricata di far rispettare l'«orientamento islamico» punendo i comportamenti contrari alla morale religiosa. Nel suo mirino c'erano le ragazze poco rispettose delle regole d'abbigliamento, i frequentatori di feste tra uomini e donne e i consumatori d'alcolici. Un avvocato che lo conosceva lo ha definito «un duro tra i duri»: «Era fra i più zelanti nei blitz contro le cosiddette serate depravate, non sapeva che cosa fosse la pietà e infliggeva sempre condanne a un numero doppio di frustate rispetto al necessario».
Il misterioso omicidio contribuisce ad arroventare il clima politico della capitale a pochi giorni dall'insediamento del superfalco Mahmoud Ahmadinejad alla presidenza della Repubblica e dalla definitiva uscita di scena del presidente Mohammad Khatami, con il quale se ne andranno tutti i ministri riformatori sostituiti da uomini di provata ortodossia clerical-conservatrice. Il primo a venir nominato è stato l'ex direttore della televisione iraniana Ahmed Larjani. Questo ex consigliere della Suprema guida Ali Khamenei, di cui è considerato uno dei favoriti, si insedierà alla testa degli Esteri sostituendo Khamal Kharrazi.
Il compito più urgente di Larjani sarà affrontare il complesso contenzioso sul nucleare e il sempre più duro scontro con l'Unione Europea, che ieri ha fatto la voce grossa preannunciando dure conseguenze in caso di ripresa delle attività nucleari. Larjani e il nuovo presidente rischiano anche di dover affrontare lo sdegno e le proteste internazionali per un eventuale decesso di Ganji. Intanto le autorità iraniane hanno incassato le proteste dell'ambasciatore inglese dopo l'esplosione, lunedì notte, di un ordigno collocato di fronte agli uffici della British airways e di altre due compagnie britanniche. L'attentato è arrivato subito dopo un'intervista in cui l'ambasciatore sir Richard Dalton ammoniva la Repubblica Islamica dall'utilizzare per fini militari il programma nucleare. Poche ore dopo l'attentato, un gruppo dell'estrema destra conservatrice ha annunciato una dimostrazione davanti all'ambasciata inglese.
Sia l'attentato sia il misterioso assassinio del giudice rivelano una progressivo declino della sicurezza all'interno della capitale e l'emergere di gruppi impegnati in attività armate. L'assassinio del magistrato è ovviamente più inquietante. Il giudice potrebbe esser rimasto vittima della vendetta di uno dei suoi inquisiti, ma qualcuno ieri ipotizzava anche un legame con il caso Ganji. Prima di trasformarsi in giornalista e dissidente, Ganji era un militante del regime e aveva anche lavorato all'interno dei servizi segreti. Furono i passati legami a fargli ottenere il dossier sull'uccisione di oppositori del regime e ieri a Teheran molte voci incontrollate sussurravano, anche se non esiste il minimo indizio in grado di confermarlo o provarlo, che qualcuno dei suoi colleghi potrebbe aver deciso di vendicarne in anticipo la morte.