«Aiutami a vendere il tesoro della contessa»

RomaParla filippino l’uomo che il 12 settembre del 1991 chiede aiuto al telefono ad un connazionale per piazzare un «piccolo tesoro». Due mesi prima, in una bellissima villa dell’Olgiata, comprensorio vip alle porte di Roma, era stata uccisa la contessa Alberica Filo della Torre. Un delitto risolto 20 anni dopo benché ci fossero a disposizione degli inquirenti un paio di intercettazioni schiaccianti per il killer. Risolutive, ma incredibilmente mai trascritte.
Dalla camera della vittima sparirono alcuni gioielli, eppure l’ipotesi dell’omicidio a scopo di rapina non convinse mai del tutto i magistrati. Che infatti per due decenni hanno cercato il colpevole di quell’omicidio battendo le piste più impensabili, da quella familiare a quella dei fondi neri del Sisde, dopo aver accantonato per mancanza di prove quella giusta, nascosta in un archivio della procura di Roma all’insaputa degli stessi investigatori che recentemente, e soltanto grazie alle nuove tecniche scientifiche, hanno incastrato il domestico filippino della contessa, Manuel Winston Reyes (che all’epoca venne indagato e poi prosciolto, ndr), lo stesso che due mesi dopo il delitto domandava ad un conoscente come fare per sbarazzarsi di quell’ingombrante «tesoro», un girocollo in oro giallo, un paio di orecchini e un anello con brillante. Le conversazioni, che avrebbero rappresentato la prova regina per incastrarlo, erano state registrate 20 anni fa dagli investigatori. Ma nessuno finora aveva ritenuto opportuno sbobinarle. È stato fatto soltanto lo scorso agosto, in vista dell’inizio del processo, per un «eccesso» di scrupolo del pm Maria Francesca Loy, l’ultimo magistrato ad aver ereditato il fascicolo dopo che gli avvocati Nino e Giuseppe Marazzita, che assistono Pietro Mattei, marito della vittima, avevano ottenuto la riapertura delle indagini. Certo nessuno degli inquirenti che per anni ha perso il sonno per cercare di venire a capo di questo delitto avrebbe mai immaginato di leggere a posteriori dei dialoghi così «illuminanti», a portata di mano all’insaputa di tutti, perché nessun pm, in epoca lontana dall’odierna euforia per le intercettazioni, aveva pensato che potesse essere utile far trascrivere tutte le conversazioni a disposizione.
Ora che Manuel Winston Reyes è in carcere, reo confesso, incastrato da una macchia di sangue trovata sul lenzuolo con cui è stato stretto il collo della contessa, su quelle due telefonate, ora parte del fascicolo, il gup ha disposto una perizia chiesta dai legali del filippino. Eccole. Il loro significato è inequivocabile. Il 12 settembre del 1991 Manuel chiama un connazionale, Vick: «Guarda c’è qualcuno a cui possiamo ricorrere...perché c’ho un tesoro qua». «Fallo fondere.....Solo per recuperare questi soldi è successa questa cosa....non è così», risponde Vick. Manuel insiste: «Voglio spacciare tutto questo perché non voglio rimanga nulla a me...quello che ho adesso l’ho tenuto per ultimo...è proprio così...comincia con D. “R”...“i”...“N”...“G”...questa è l’ultima lettera...è quello su “D”...“I”...“A” (probabilmente intende lo spelling della parola inglese “Diamond ring”, annotano i carabinieri). Manuel vuole una mano: «Non abbiamo qualcuno a cui ricorrere? Un filippino, così non avremo problemi». E comincia a parlare di soldi: «Vedi che il valore minimo di questa cosa...facciamo a 50 per cento se vuoi. Il prezzo che so’ per questo...forse è sui 15 (milioni di vecchie lire, secondo gli investigatori)....Non è solo quello...ci sono altri...anche daremo tutti quelli al prezzo di 15...tutto, tutto quelli...però il prezzo che so’ di quello è 40». Vick tranquillizza Manuel: «Va bene, ti darò qualcuno basta che ci si può fidare...ti farò chiamare». L’indomani Manuel telefona ancora a Vick, che gli dice di aver già parlato con qualcuno. «Quanto è il suo prezzo?», domanda Manuel. Vick lo rassicura: «No...darà una mano a te!...Ci penserà lui a spacciarlo». Manuel vuole rassicurazioni sulla cifra che incasserà: Il nostro prezzo si può raggiungere? Ho bisogno solo di 5mila».
Soltanto recentemente i pm sono riusciti a scoprire dov’erano finiti i gioielli, venduti ad un ricettatore filippino da tempo espulso dall’Italia per 80 milioni di lire. Nella confessione di Winston, invece, non c’è traccia della storia dei preziosi, forse per strategia processuale: la contessa l’ha uccisa lui, sì, ma quella mattina di luglio nella villa era andato per chiedere di essere riassunto, non per rubare. Invece qualche tempo dopo l’omicidio si dava da fare per smerciare i pezzi scomparsi. I magistrati lo avrebbero potuto scoprire subito. Invece ci sono arrivati 20 anni dopo.