«Aiuti per 25 miliardi ad Atene? Non se ne parla»

La doppia smentita è arrivata da Bruxelles e Berlino. Destinatario Der Spiegel, che nel week end aveva svelato l’esistenza di un piano da 20-25 miliardi per aiutare la Grecia, con uno sforzo finanziario proporzionale al peso detenuto dai singoli Paesi membri di Eurolandia nel capitale della Bce. «Non ho alcun commento su questo piano che non esiste e che viene negato perfino dalla presunta fonte che lo avrebbe riferito», ha detto il portavoce della Commissione Ue, Amadeu Altafaj. - «Non c’è definitivamente niente di stabilito», è stato il commento del portavoce del governo tedesco, Ulrich Wilhelm.
Da quando il dossier Atene è finito sul tavolo della Commissione europea, si sono sprecate le indiscrezioni sugli strumenti necessari per consentire al Paese ellenico di rimettere ordine alle proprie disastrate finanze pubbliche. Rumor che sono stati la migliore benzina per alimentare la speculazione. Anche ieri, proprio grazie all’articolo pubblicato da Der Spiegel, l’euro è infatti riuscito a riportarsi temporaneamente sopra quota 1,36 dollari.
Ciò che sembra ancora mancare è la necessaria chiarezza per evitare - o almeno limitare - la diffusione di illazioni. Ufficialmente, l’Europa è ferma alla risoluzione presa durante l’ultimo Ecofin di martedì scorso, quando si è stabilito un costante monitoraggio sulla Grecia. Una prima valutazione dell’azione di consolidamento dei conti del governo greco, che si è impegnato a tagliare entro fine anno di quattro punti il rapporto deficit-Pil (ora al 12%), sarà effettuata a metà marzo. La successiva tappa è prevista per la metà di maggio, ma già ieri Atene ha accolto la delegazione composta dagli esperti di Commissione Ue, Bce, Fmi incaricata delle prime verifiche e dell’assistenza relative al piano di risanamento.
Il governo di George Papandreu ha ribadito di essere pronto a mettere a punto misure aggiuntive per centrare gli obiettivi di bilancio, se sarà necessario. Del resto, sempre in base alle decisioni Ecofin, eventuali aiuti arriveranno solo se gli obiettivi di riduzione del deficit si allontaneranno nel tempo, nonostante le eventuali nuove manovre correttive.
Chi è scettico sul futuro di Eurolandia è George Soros, autore nel ’92 della scorribanda valutaria che portò la sterlina fuori dallo Sme. In un intervento sul Financial Times, Soros ha osservato come «una soluzione improvvisata potrebbe essere sufficiente per la Grecia, ma lascerebbe fuori la Spagna, l’Italia, il Portogallo e l’Irlanda» e questo è impensabile, poiché «insieme rappresentano una porzione troppo grande della zona euro da aiutare in questo modo». Per il finanziere Usa di origini ungheresi, «la sopravvivenza della Grecia lascerebbe comunque il futuro della zona euro in dubbio». «Non credo proprio che l’euro sia a rischio anche se ci sono aree in difficoltà. L’euro è solido, anzi in questa crisi, che ha colpito tutto il mondo è stato uno scudo. Soros è un guru ma specula anche sui mercati, quindi quello che dice va preso con attenzione», ha ribattuto Lorenzo Bini Smaghi, membro del comitato esecutivo della Bce.
Soros citava con preoccupazione la situazione dei cosiddetti Piigs (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna), fonte di inquietudine anche per la Bafin (l’omologa tedesca della nostra Consob), secondo Der Spiegel. Il 20% del credito totale delle banche tedesche sarebbe infatti relativo a questi cinque Paesi. La maggiore esposizione sarebbe nei confronti di Spagna e Irlanda, seguita da quella verso l’Italia.