«Aiuti concreti per l’Africa»

Mito o realtà? Diamo un'occhiata al clima. Mentre echeggiano i suoni del Live 8 dai dieci megaconcerti rock per l'Africa - «quel telecomando che ci fa sentire tutti più buoni» - il «riscaldamento globale» prodotto dall'uomo è in cima all'agenda del G8 (il gruppo dei Paesi più sviluppati e più ricchi) che si riunirà in settimana a Gleneagles, Scozia, presieduto da Blair. Parole sante quelle che ha scritto ieri Paolo Del Debbio: fare bene il bene non è vietato, anzi è doveroso. Ma se il bene è un concetto etico, farlo bene è un principio economico, come strumento del bene. «Dato» il cambiamento climatico dovremmo modificare i nostri comportamenti, se vogliamo evitare una catastrofe globale alle future generazioni. Un documento preparatorio afferma: «C'è ora la prova concreta che sia in corso un significativo riscaldamento globale e che l'attività umana contribuisca a tale riscaldamento».
È il punto essenziale, fra mito e realtà. C'è la propensione politica, c'è l'ideologia, ma la prova concreta non c'è. Gli Stati Uniti non condividono la premessa di fatto e non firmeranno il Protocollo di Kyoto. Lo stesso Blair cerca punti di consenso e rammenta che l'America investe più di ogni altro in ricerca sulla tecnologia pulita, che Bush vuole superare l'energia fossile, l'economia degli idrocarburi e affrontare l'emissione di gas dall'effetto «serra». I Paesi in sviluppo (Cina, India, Brasile, Messico, Sud Africa) resistono all'imposizione di riduzioni delle emissioni sulle quali invece concordano l'Unione Europea e gli altri Paesi sviluppati. La «globalizzazione buona» non lo sarebbe poi tanto, dal momento che tutti i Paesi che usano più della loro «equa quota» di risorse dovrebbero adeguarsi e ridurla. A Gleneagles si cercherà di coinvolgerli su una possibile linea d'azione dopo il 2012, quando scadrà l'attuale Protocollo di Kyoto sulle emissioni.
Gli effetti economici e sociali sarebbero evidenti dal punto di vista della crescita. Gli economisti non tengono conto dell'incertezza sull'esistenza di un fenomeno: il «riscaldamento globale» causato dall'uomo è di competenza di altri studiosi, in particolare dei fisici dell'atmosfera. Ma proprio del «riscaldamento globale» causato dall'uomo si può dubitare che sia una realtà scientifica (mi rifaccio in sintesi a un saggio di Emilio Gerelli, il nostro maggior economista ambientale). Alcuni fatti: 1) le misurazioni della temperatura al suolo negli ultimi 150 anni sono dubbie. Misurazioni più recenti ma attendibili nella troposfera non indicano alcun cambiamento climatico; 2) i complicati modelli sull'impatto dei gas «serra» sulla temperatura globale hanno bassa o nulla capacità previsiva; 3) anche i modelli elaborati per il ciclo del carbonio sono tutt'altro che soddisfacenti; 4) la causa del «riscaldamento globale» potrebbe essere, se mai, la variabilità solare anziché le emissioni di gas «serra».
L'incertezza è, dunque, innanzitutto scientifica (sull'esistenza stessa del fenomeno), ma si estende agli effetti del «man-made global warning» ed infine ai risultati delle politiche di mitigazione o adattamento. Gli economisti che non ne tengono conto contribuiscono però allo spreco di risorse in ricerche su un fenomeno molto incerto, ma soprattutto concorrono a promuovere politiche costose per mitigare un cambiamento climatico che forse è irrilevante e in ogni caso potrebbe non essere causato da attività umane. C'è invece un contributo conoscitivo (demistificante) che, sul loro terreno, gli economisti possono dare in base alla teoria della «scelta sociale» o social choice. Vale a dire sul fatto che gli allarmi più autorevoli sul «riscaldamento globale» e sulle sue prospettive catastrofiche provengono da un organismo fondato nel 1988 nell'ambito delle Nazioni Unite (Ipcc) che opera come un gruppo di pressione autoreferenziale e politicamente non neutrale, spende milioni di dollari per ricerche sul cambiamento climatico assegnandole a una ristretta cerchia di istituti e studiosi, adotta una sottile tecnica di manipolazione del linguaggio.
Per concludere: l'incertezza è un elemento caratteristico delle valutazioni sul cambiamento climatico. Ma l'incertezza crea la possibilità di esercitare un potere mediante l'informazione in forma di persuasione e propaganda. Gli studiosi privilegiano alcuni metodi e aree di ricerca. Le burocrazie, a loro volta, tendono ad espandere la loro dimensione e il loro budget. Gran parte dei partecipanti alle sessioni plenarie e ai gruppi di lavoro dell'Ipcc sono dipendenti pubblici che accrescono il loro prestigio partecipandovi. Il prestigio è uno degli obiettivi dei burocrati, il cui conseguimento in questo caso dipende soltanto dalla convinzione che il man-made global warning sia una certezza scientifica, o quasi.
Al vertice G8 di Gleneagles la premessa viene data per scontata, ma sarà discussa. La lezione può sempre servire in generale, con tutti i climi.
mariotalamona@mail.inet.it