Aiuti in Romania per fermare l’esodo rom

«Bisogna aiutare i rom a casa loro». Stavolta a proporlo non è uno slogan leghista ma due sacerdoti in prima linea per i disperati provenienti dalla Romania. Don Gino Rigoldi e don Virginio Colmegna lanciano l’appello a 24 ore dalla scadenza dell’«ultimatum»: un digiuno di protesta contro la politica degli sgomberi «effettuati senza prima aver disposto una rete di salvataggio per i nomadi sfollati. Chiediamo alle Istituzioni, agli imprenditori e ai privati cittadini di farsi carico del problema: una cinquantina di rom adulti cercano casa e lavoro». Con la precisazione che suona come una marcia indietro: «Noi che da anni operiamo nelle baraccopoli abusive siamo i primi a non volere i campi. Perciò occorre uno sforzo ulteriore, che permetta a chi non ha alternative di poter tornare in patria». Nei villaggi incancreniti dalla povertà, dove anche una strada asfaltata è un lusso raro. Don Gino e don Virginio pensano alle potenzialità mai coltivate di quei Paesi straziati dal regime comunista. «Pur nella miseria i rom mettono in piedi improvvisate fabbriche di mattoni. L’idea è di reperire capitali per lo sviluppo di un’industria e creare occupazione». La Provincia ha già stanziato 200mila euro in due anni, ma i fondi non sono mai abbastanza.
Restano coloro che sono stati allontanati da via San Dionigi. Le donne e i bambini hanno trovato ospitalità nel dormitorio comunale di viale Ortles (la situazione è stata «congelata» dall’assessore Moioli in attesa di ulteriori sviluppi), mentre 47 maschi dormono ancora nella sede della «Casa della Carità». Stasera niente veglia per riavere il campo rom, allora, ma preghiera in via Brambilla con momenti di musica e spettacolo. Nessuno sposterà le brande sistemate nell’auditorium a meno che non saltino fuori altre sistemazioni. È partito, intanto, il progetto di una cooperativa di recupero e vendita di bancali, che darà lavoro a diversi rom romeni alla periferia nord, «per favorire inclusione sociale e autonomia familiare».