"Gli aiuti di Stato? Uccidono il teatro"

Il regista Zeffirelli: "Lo dico da decenni, la politica non deve
occuparsi di cultura. Senza sovvenzioni vincerà chi fa spettacoli
migliori. La mia proposta a Bondi: date spazio ai privati e detassate i
biglietti"

Franco Zeffirelli è al lavoro. Ma non su un’opera lirica, su una proposta di legge da sottoporre al più presto al ministro dei Beni culturali: «Voglio incontrare Bondi e dirgli che bisogna finirla con queste elemosine di Stato ai teatri. Servono decisioni radicali». Le decisioni radicali, per il regista fiorentino, sono quelle già prese da altri Paesi. «Negli Stati Uniti o in Inghilterra lo Stato non si occupa della cultura, che è gestita solo dai privati. Ora è venuto fuori questo Baricco a dirlo. Condivido, ma ha detto cose superficialotte, si vede che non conosce la materia. L’idea che il teatro e la cultura debbano essere gestiti dal privato e non dai governi io l’ho nel cuore da decenni».

E cosa consiglierà al ministro?
«Di eliminare tutti gli aiuti pubblici agli enti lirici e di detassare totalmente i biglietti. All’Arena di Verona, per fare un esempio, sul biglietto c’è il 42 per cento di tasse. Se le levassero, l’Arena sarebbe in pari e non avrebbe bisogno di andare a elemosinare allo Stato».

Via i pannicelli di Stato. Ma non c’è il rischio che qualcuno chiuda?
«Certo, c’è questo rischio, ma la filosofia deve essere basata sul successo. Se produci qualcosa che piace e può essere commercializzato non hai bisogno dei soldi pubblici, vai avanti con i biglietti. E con gli sponsor».

E i teatri «anti-glamour» di cui parla Pietrangelo Buttafuoco, quelli che non possono permettersi stagioni con attori e registi vip, ce la farebbero?
«Va fatta una distinzione. Buttafuoco è una persona molto qualificata e i casi di cui parla vanno affrontati diversamente. Io mi riferisco agli enti lirici, che devono smontare tutta una rete di clientele passive e parassitarie accumulate nel tempo, perché ogni ente lirico è un centro di potere dove i politici di turno mettono i loro uomini, con lauti stipendi».

Uno dei mali dell’ingerenza pubblica...
«C’è un accumulo di personale che non è assolutamente compatibile con i tempi. Costi, sprechi, burocrazia inutile: nei teatri c’è molta gente che non fa nulla o che nuoce a chi lavora. Bisognerebbe ridurre di un terzo i dirigenti degli enti lirici».

Diceva dei casi da affrontare diversamente.
«Sì. Per i teatri di prosa si può pensare a un supporto pubblico. Ma attenzione, chi decide se un testo vale la pena finanziarlo o no? Gli assessori? È difficile... Io ho fatto molto teatro e ci ho lasciato dentro tutto quello che guadagnavo nel cinema. Perché non essendo comunista o democristiano giurato non ero entrato nei favori di chi aveva il potere. Mai ricevuto una lira dal ministero».

E pensa che gli sponsor privati potrebbero sostituirsi allo Stato?
«Certo, in parte lo fanno già ma hanno pochissima forza operativa, perché c’è sempre la mamma-Stato dietro. Guardi cos’è successo alla Scala, dove un imprenditore tessile si era offerto di finanziare un Rigoletto in un momento di difficoltà del teatro».

Come è finita?
«È finita che siccome ha dato un miliardo e mezzo alla Scala, lo Stato ha pensato bene di fare un ragionamento all’italiana e di andare a indagare sui suoi conti correnti. Ebbene, questo signore è morto con gli agenti del Fisco che gli frugavano dappertutto».

Cioè lo Stato in Italia scoraggia l’intervento privato nei teatri?
«Senza dubbio. In America invece ho visto Ronald Reagan baciare le mani agli sponsor del Metropolitan, quasi in ginocchio».

Però c’è chi teme che i privati porterebbero una logica puramente commerciale, legata al botteghino.
«Penso il contrario. Misurarsi col mercato spingerebbe le varie sovrintendenze a fare spettacoli di successo. Certo, magari qualche sponsor avrà una nipote a cui piace cantare... Ma non mi preoccuperei di questo. Nei teatri americani non ho mai avuto sentore di favoritismi o pressioni di alcun genere da parte dei privati».

Lei fa l’esempio anglosassone, ma in Francia per esempio la cultura è iper-sovvenzionata dalla mano pubblica.
«E infatti fanno gli spettacoli più brutti d’Europa. Il Metropolitan di New York invece, tanto preso in giro dalla sinistra culturale mondiale, fornisce un servizio costante, non costa niente allo Stato e produce cultura eccome».

Non c’è niente di simile in Italia?
«La Scala di Milano, che ha un retroterra molto ricco di imprese, potrebbe fare benissimo a meno delle sovvenzioni pubbliche. Invece la gestione pubblica degli enti lirici ha degli esempi pessimi in Italia».

Tipo?
«Per esempio questa stagione di Roma è una buffonata ridicola di finta cultura, ormai superata in tutto il resto del mondo. Certo non è facile, lo dico da uomo di teatro, trovare la chiave giusta. Ma non sarà certo un politico a dire come fare».

E il Dante di Benigni è cultura?
«Ma per carità. Io poi sono fiorentino e sentire uno di Prato che legge Dante mi fa diventare matto. Appunto, ma nessuno ha pensato di fare leggere Dante ad un uomo come Albertazzi? No, ci vuole un pagliaccio becero come Benigni».

Salva qualcosa del teatro italiano?
«Ci sono molti buoni attori a ne vengono su anche di giovani. Perché, malgrado sia una terra bruciata, il teatro ha sempre un’attrattiva mitologica sulla sensibilità. Va aiutato, ma non certo dallo Stato».