Aiuto, i torinesi dentro l’ombelico del mondo

C lacson come se la Juventus avesse già vinto lo scudetto. O il Torino il campionato di B con relativa promozione in serie A. Autobus stracarichi, come al confine tra Libia e Tunisia. Intasati i centralini dei radiotaxi. Ristoranti, come avrebbe detto Sandro Ciotti, al limite della capienza, ventilazione irrilevante. Aperti i cinematografi, le gallerie d’arte, qualche negozio temerario. Torino e la notte bianca, roba da Lorenzo Jovanotti, insomma la città dei bogianen si è sentita l’ombelico del mondo. Roba bella, per chi ama la vita, non la dolce vita intendo. Roba brutta per i torinesi abituati a dire cerèa alle sette e a coricarsi dopo cena.
I Giochi dell’Olimpiade invernale hanno suggerito al divertente e divertito Chiamparino, sindaco di color rosso scuro, tendente al granata per tifo politico e calcistico, di tenere aperta la città: «Ma questo qui il Cio non lo vedrà mai più», ha detto il numero uno torinese riferendosi alle sale bellissime di palazzo Madama aperte al club olimpico, pieno di qualunque tipo di persone e personaggi. La Medal Plaza, al secolo Piazza Castello, sembrava una slot machine di Las Vegas, via Roma un corteo di pellegrini itineranti in su e in giù, piazza San Carlo sgombra di automobili faceva però segnare multipresenza di gipponi e auto delle forze dell’ordine, festeggiare è bello, sorvegliare è meglio. Sabato del villaggio, olimpico dico perché altrimenti questi torinesi mettono il broncio, porta spalancata al mondo come dovrebbe essere sempre per la prima capitale d’Italia, per la città della Fiat che fu e cerca di tornare a essere, per il sito dei Savoia che in queste ore si aggirano silenziosi alla ricerca dei luoghi e dei tesori perduti per referendum. La notte bianca è passata, dunque, ma fino a domenica 26 si dormirà ancora poco. Spenta la fiamma si apriranno, il giorno dopo, i balli di carnevale. Per fortuna non organizzati dal Toroc.