Aiuto, tornano i radical chic

È lì che nacque una tendenza, una moda, in quell’attimo di puro trionfo. Assolutamente straordinario che soltanto trenta minuti dopo ci sarebbe stato il Radical Chic... Ma in quel momento il Radical Chic era la nouvelle vague suprema della Società newyorkese. C’erano voluti più di sei mesi per costruirlo. A quel punto aveva raggiunto le pagine di moda di Vogue e stava per conquistare anche quelle di cucina. Vogue aveva già pronta una rubrica dal titolo «Cibo Soul».
«Il culto del Cibo Soul», cominciava, «è una forma di autocoscienza dei neri e, a un livello più basso, di solidarietà dei bianchi alla causa dell’autonomia dei neri. È come se quelli che mangiano i fagioli e i fagiolini della disperazione sulla soglia della capanna si trovassero a condividerli con quelli che, senza essere costretti a farlo, ne mangiano volontariamente quasi fosse un sacramento». \
Molto grazioso! In effetti, questa specie di nostalgie de la boue, o romanticizzazione degli animi primitivi, è stata una delle cose che ha portato il Radical Chic in primo piano nella Società newyorkese. Nostalgie de la boue è un’espressione francese del secolo XIX che, alla lettera, significa «nostalgia del fango».
Per tutti gli anni Sessanta fu la colonna sonora della Società newyorkese, e questo a partire da quando due socialisti, Susan Stein e Christina Paolozzi, scoprirono la Peppermint Lounge e il Twist e due dei primi idoli di quell’Era, Joey Dee e Killer Joe Piro. Nostalgie de la boue diventa il tema preferito ogni volta che un mucchio di facce nuove e un mucchio di soldi nuovi fanno il loro ingresso in Società. I nuovi arrivati hanno sempre avuto due modi per dimostrare la propria superiorità sull’odiata borghesia. Possono far propri gli sfarzi dell’aristocrazia, tipo sontuose architetture, domestici, palchi a teatro, e un rigido protocollo. Oppure possono concedersi l’ebbrezza della Sinistra di far proprio quello che è lo stile delle classi sociali inferiori. I due modi non si escludono a vicenda, e in effetti vengono sempre adottati in coppia. \
Sin dall’inizio non ebbe alcun senso discutere della sincerità del Radical Chic. Era fuor di dubbio che il primo impulso, «pannolino rosso» o meno, fosse sincero. Ma, come accade per molti sforzi umani che si concentrano su un ideale, sembrava che il pensiero avanzasse su una sorta di doppia pista. Prima pista: beh, è chiaro che si ha un sincero interesse per i poveri e bisognosi e una sincera rabbia rispetto alla discriminazione. Il cuore si ribella – e lo fa spontaneamente! – quando sente come la Polizia tratta le Panthers, trascinando un epilettico come Lee Berry giù dal letto dell’ospedale per gettarlo in galera. \
D’altro canto – nella seconda pista della mente – si ha un sincero interesse a che la Società newyorkese mantenga uno stile di vita proprio dell’East Side. E tale preoccupazione è sincera tanto quanto la prima, ed è profonda tanto quanto la prima. Sul serio. Diventa sul serio parte della psiche. Per esempio, bisogna avere un posto dove andare il fine settimana, in campagna o al mare, di preferenza tutto l’anno, ma necessariamente da metà maggio a metà settembre. È complicato far capire a chi è fuori dall’ambiente come simili bisogni apparentemente volgari siano assoluti. \
Uno sente il bisogno di obbedire quantomeno alle regole minime della Società newyorkese. Sul serio.
La prima regola è che la nostalgie de la boue – lo stile romantico e rudemente vitale dei primitivi che abitano nelle case popolari, per esempio – è bella, e che la borghesia, nera o bianca che sia, è brutta. Diventa così inevitabile che il Radical Chic prediliga chi ha l’aria primitiva, esotica e romantica, tipo i raccoglitori d’uva, che oltre al fatto che sono radicali e «vengono dalla Terra» sono anche latini, o le Panthers, con le loro giacche di pelle, le acconciature afro, gli occhiali da sole e le sparatorie, o i Pellerossa, che, logicamente, hanno sempre avuto un’aria primitiva, esotica e romantica. Quantomeno all’inizio, tutti e tre i gruppi avevano un’altra qualità che li avvantaggiava: stavano tutti a tremila miglia di distanza dall’East Side di Manhattan. \
La regola numero due è che non importa quale, ma bisogna avere un indirizzo appropriato, con arredamento appropriato e domestici. I domestici, in particolare, sono una delle essenziali linee di confine tra chi fa realmente parte della Società, Nuova o Vecchia che sia, e la grande massa borghese degli emuli che arrivano a pagare un affitto di 2.500 dollari al mese o che comprano costosissimi appartamenti in condomìni di tutto l’East Side. In questo non ci sono mezze misure. Bisogna avere i domestici. Avere i domestici diventa un tale bisogno psicologico che oggi capita di sentire un mucchio di donne della Società lamentarsi in buona fede di quanto sia difficile trovare una tata per i bambini che sostituisca la tata fissa quando ha il giorno libero. \ E l’osservazione nasce da un’angoscia reale. Nell’Era del Radical Chic, poi, quale conflitto si innescò tra l’assoluto bisogno di domestici e il fatto che i domestici fossero il simbolo assoluto di ciò contro cui i nuovi movimenti, neri o marroni, stavano combattendo! E allora, quanto assolutamente urgente divenne la ricerca dell’unica via di salvezza: domestici bianchi!
*Tratto da Radical Chic, il fascino irresistibile dei rivoluzionari (Castelvecchi, pagg. 136, euro 9).