"Aiuto, vogliono uccidere il tempio della comicità. E io me lo compro..."

Il Derby, trampolino di molti divi, rischia la chiusura. Teocoli: "Faremo una cordata per salvarlo"

«Ho scommesso tutto sul Derby e ora non mollo». Teo Teocoli, nei panni del tifoso del Milan, ha dato vita a un personaggio dalla voce sguaiata e dagli occhi roteanti: quegli occhi luciferini roteano ancora. Solo che il tifoso è sceso dagli spalti ed è a bordo campo, sbuffa e ha intenzione di giocare la sua partita. Per un valido motivo: il suo sogno – far risorgere il Derby, culla del cabaret anni Sessanta, e della comicità italiana – sta per infrangersi contro il muro della burocrazia e delle speculazioni edilizie. A giugno, infatti, la palazzina di via Mascagni a Milano che da oltre un anno ospita il «nuovo» Derby, di cui Teocoli è direttore artistico per il cabaret, sarà messa in vendita dal Comune, e il teatro dovrà chiudere baracca e burattini. A dare l’allarme è Fabrizio Carbon, amministratore delegato del Teatro Derby s.r.l., che pur di salvare il marchio lancia una controproposta: «Compriamo noi il Derby. Anche Teo è disposto a mettere una quota». E noi abbiamo contattato lo show-man, vera anima pulsante del progetto, alla vigilia del nuovo (e forse ultimo) spettacolo al Teatro Derby, «La Compagnia dei Giovani», che partirà domani per proseguire tutti i mercoledì, giovedì e venerdì del mese.

Teocoli, allora è vero che il Derby chiuderà?
«Io spero che il progetto vada avanti, qui o altrove. Quello che so è che a giugno dovremo lasciare la palazzina, e chissà che ne farà il nuovo proprietario. Il Derby è uno dei pochi teatri rimasti in centro a Milano: sarebbe un peccato chiuderlo».

La società del teatro sarebbe disposta a comprare le mura. E si dice che anche lei contribuirebbe all’acquisto...
«Si potrebbe fare. I costi sono molto alti, io ovviamente parteciperei a una quota. L’importante è far rinascere un certo modo di fare spettacolo. Si parla di questi spettacoli faraonici per migliaia di persone. A me piace fare il cabaret classico, in un teatro da 300 persone. Fare cose nuove, ma con tutto quel magazzino di sketch, canzoni, situazioni ereditato dal vecchio Derby di via Monte Rosa, dove ho debuttato non ancora ventenne. Ancora oggi, quando ci passo davanti, mi vengono in mente tante cose, personaggi, situazioni. Ogni tanto me le appunto, per poi riproporle e far vedere com’eravamo».

E tra il Derby di ieri e quello di oggi c’è la storia della sua vita: debutti, successi, incontri...
«L’incontro fatale è stato a Milano con Cochi e Renato, due matti che si prendevano a calci per strada, e Jannacci che mi disse una cosa incomprensibile, come spesso gli capita. E io, per tutta risposta: “Se volete vengo a lavorare con voi”. Così nel 1970 debuttai al Derby. Sembrava un collegio: il proprietario non voleva giornalisti, si entrava solo come artisti o clienti. Lavorai con Abatantuono, Boldi, Beruschi, Faletti, il locale era strapieno: si mettevano sgabelli dappertutto, sul palco, in regia».

Poi è passato alla tv...
«Ho esordito con Boldi ad Antenna 3 con una valletta di 15 anni di nome Paola Perego, lì mi notò un certo Berlusconi che mi portò a Canale 5. Feci Drive In, Striscia, Mai dire gol, Scherzi a parte con Gene Gnocchi, che interrompemmo per un mese perché Pietro Garinei mi propose il Sistina: un milanese sulla ribalta del Sistina».

Come mai oggi la si vede così poco in tv?
«Non me la propongono. La tv è cambiata: non c’è più il varietà, solo Zelig mantiene la tradizione comica. Ma il cabaret, quello vero, è solo dal vivo».

E dei nuovi comici cosa mi dice?
«Alcuni sono molto bravi, come Aldo, Giovanni e Giacomo, Ale e Franz. Anche Checco Zalone mi fa molto ridere. Il problema è che sono in troppi, e rischiano di finire nel calderone. Va bene la tv come trampolino di lancio, ma poi occorre fare un passo indietro e sperimentare nei piccoli teatri, a contatto con la gente. È il pubblico dal vivo il termometro del successo».

E se il Derby dovesse chiudere, dove andrete?
«Io sono un po’ uno zingaro, non ho bisogno di certe sicurezze. Se non c’è più via Mascagni, si va da un’altra parte. Il Derby però deve restare: è un marchio importante, crea ancora interesse, sarebbe un peccato perderlo».