Akram, il leone di Bagdad preso a calci dagli inglesi

In luglio regalò al suo Paese la coppa d’Africa, adesso lo voleva Eriksson al Manchester City

Lui sognava di diventare l’ambasciatore del calcio iracheno in Inghilterra. Sven Goran Eriksson voleva trasformarlo nella colonna del suo centrocampo. A prendere a calci le speranze del calciatore iracheno e dell’allenatore svedese del Manchester City ci hanno pensato le autorità inglesi. Nashat Akram, il centravanti 24enne che lo scorso luglio guidò la nazionale di Bagdad alla conquista della coppa d’Asia, non potrà calcare i prati inglesi, non diventerà il primo calciatore iracheno degli ultimi 50 anni a giocare in Premier League. Gli scrupolosi funzionari di Whitehall hanno respinto tutti gli appelli di Eriksson e della squadra inglese. Le ferree regole di Sua Maestà non lasciano spazio né a interpretazioni, né a compromessi. In Inghilterra possono aspirare ad un permesso di lavoro solo i calciatori stranieri provenienti da nazionali ai primi settanta posti della classifica internazionale. L’Irak è solo al 72° posto e dunque per Nashat Akram non c’è spazio, nonostante la sua storia, nonostante le tribolazioni del calcio iracheno, nonostante i ricorsi di Eriksson e le proteste del Manchester City.

Per il centrocampista capace di dribblare le divisioni tra sciiti, curdi e sunniti, per il calciatore capace con un gol di restituire l’orgoglio ad una nazione distrutta il «no» inglese non è una formalità. Quel «no» è un calcio in faccia alla sua vita, agli sforzi del suo popolo, alle fatiche di uno sport che lotta per sopravvivere a bombe e stragi. «Lo considero un giudizio negativo nei confronti di tutto l’Irak – sbotta Nashat Akram – sono furente, tutto il mio popolo è furente, tanta gente ci sperava, tutti erano convinti che sarei diventato il primo calciatore iracheno della lega britannica».

Il principale responsabile di tante illusioni era Sven Goran Eriksson. L’ex allenatore di Roma, Lazio e nazionale inglese era rimasto impressionato dalle prestazioni di Nashat Akram e a dicembre era andato a seguire le partite dell’Al Ain, il club degli Emirati Arabi dove il centrocampista gioca da un paio di stagioni. Dopo averlo osservato, valutato e incontrato, Eriksson si era convinto che il 24enne iracheno era l’uomo giusto per il suo centrocampo. «Ho un’enorme simpatia per Nashat, il “no” inglese è un brutto colpo e una grossa delusione perché considero Nashat un eccellente giocatore, un centrocampista di razza», sospira Eriksson.

I tifosi iracheni sono più arrabbiati di lui. In patria il ragazzo nativo di Hilla, una cittadina a metà strada tra Bagdad e Najaf, è un vero mito, il calciatore più amato dagli sciiti di Bassora, dai sunniti di Falluja e persino dai curdi di Kirkuk. Dopo le sanzioni imposte alla nazionale nell’era di Saddam, dopo cinque anni di guerra civile e stadi abbandonati Akram è oggi un simbolo dell’unità nazionale. Come i suoi colleghi rifiuta di definirsi sciita, sunnita o curdo ed è uno dei pochi iracheni capaci di far dimenticare ai propri connazionali gli odi e le divisioni di una guerra civile costata decine di migliaia di vittime. La sua apoteosi, la sua consacrazione a santo protettore dell’orgoglio nazionale risale allo scorso luglio quando guida alla vittoria la nazionale nella finale di Coppa d’Asia con l’Arabia Saudita. Quella notte i kalashnikov di sciiti, curdi e sunniti si scaricano nel cielo, inneggiano alla vittoria mirando soltanto alla luna. Da allora Bagdad è ancora ricoperta dai manifesti con la foto della nazionale e un’unica frase «Zelo e determinazione hanno realizzato il nostro sogno». Sei mesi dopo la determinazione di Nashat si è consumata nella stanza d’albergo di un aeroporto inglese. Era arrivato fin lì incoraggiato da Eriksson, ma è dovuto ripartire solo quarantotto ore dopo. «Siamo veramente colpiti da quest’ingiustizia: speravamo che le autorità inglesi comprendessero la situazione del nostro Paese», spiega il suo agente Najim Mohammed mentre il governo di Bagdad annuncia una protesta formale. Nashat Akram dice di non volerne più sapere. «Mi piacerebbe solo capire il perché, vorrei che qualcuno mi spiegasse perché un sacco di calciatori provenienti da Paesi africani piazzati peggio dell’Irak giocano tranquillamente in Gran Bretagna. Volevo aprire la strada ai miei compagni iracheni, sognavo di diventare una speranza per tutti, ma ora non m’importa più nulla. Cercherò posto nella squadra di un’altra nazione, in un Paese disposto a farmi sentire il benvenuto».