ALAIN DE BENOIST Il mio ’900 messo a nudo

Un anno cruciale, il 1999, nel diario del controverso filosofo francese. Una mappa per affrontare il XXI secolo disegnata da uno straniero in patria

Fra le molte persone più intelligenti di me che conosco, Alain de Benoist è quella che occupa il posto più alto. Me ne sono reso conto già trent’anni fa, da tanto lo conosco, e questa consapevolezza si è poi rafforzata nel tempo, anno dopo anno, libro dopo libro, convegno dopo convegno. Intellegere vuol dire comprendere, porsi delle domande e cercare di darsi delle risposte, studiare, capire, vagliare, se il caso rifiutare, non accontentarsi mai. Il lettore di Ultimo anno. Diario di fine secolo (Settecolori, pagg. 356, euro 18; edizionisettecolori@gmail.com) ha ora la possibilità di vedere l’officina di una macchina pensante, il perché di una riflessione, come si organizza una ricerca, il lavoro di analisi e quello di sintesi, la disciplina sottesa a ogni ricerca intellettuale, ed è uno spettacolo affascinante. Dalle «guerre umanitarie» alla dottrina dei «diritti dell’uomo», dalla crisi dello Stato sociale a quella dello Stato nazionale, dalla immigrazione alla globalizzazione, dalla crisi del sacro all’esplodere dei conflitti religiosi, i temi chiave del XXI secolo ci sono tutti e sono altrettanti stimoli a cercare di navigarlo per evitare di affogarci.
C’è tuttavia un elemento del libro, dato dalla sua natura di diario giornaliero, che permette anche di cogliere dietro il filosofo, dietro lo storico delle idee, quel nucleo intimo, e quindi più segreto, che riguarda il carattere, il modo d’essere, i gusti e i disgusti, le fragilità e i punti di forza, ed è questo aspetto che lo rende unico e ne fa un breviario esistenziale tragico e struggente. I due aggettivi non sono scelti a caso: «Roger Nimier: “Bisognerebbe vivere con tragica disinvoltura, non prendere nulla sul serio, ma tutto sul tragico”. Sarei tentato di aggiungere che bisognerebbe scrivere ogni riga come se fosse il proprio testamento. Chi sposa il suo tempo rimarrà presto vedovo». Tutto il libro, del resto, si iscrive nel segno della solitudine, della alterità, della differenza, avendo ben presente davanti agli occhi i guasti del tempo, il logorio del quotidiano, la fine, spesso, delle illusioni. È una condizione particolare che si sperimenta fin da bambini, come de Benoist coglie in un’osservazione all’apparenza svagata: «Ho incontrato per strada un ragazzino di otto o dieci anni, che camminava a testa bassa, leggendo un libro. Spettacolo inconsueto, soprattutto oggi. Era quello che davo io tutti i giorni alla sua stessa età, e anche molto tempo dopo. Passando gli ho fatto l’occhiolino». Chiunque si sia abbandonato alla lettura sin da piccolo sa che il piacere che ne deriva nasce dal disagio da cui si proviene: con intensità e sensazioni diverse, i compagni di classe, la scuola, la famiglia, in una parola la vita, non è quello che vorremmo, manca sempre qualcosa, siamo sempre in attesa di qualcosa. En attedant, leggiamo, e leggendo ogni volta reinventiamo il mondo. Questa dell’attesa, e quindi dell’inizio, è una sorta di fatica di Sisifo, perché ogni inizio contiene la sua condanna e noi infatti ne cogliamo il gusto quando ci rendiamo conto che è finito. «Per me l’origine è sempre bella. Mi piacciono soltanto gli inizi. Solo le frasi esordiscono con una maiuscola: ogni inizio dipende dall’iniziale. Che si tratti della storia dei popoli o di una relazione tra individui, secondo me è solo l’inizio che conta (anche le storie d’amore, spesso, non sono altro che un tentativo disperato di ritrovare il sapore del primo momento). Per contrasto, ogni inizio mi fa pensare alla fine. D’estate, quando il sole è allo zenit, penso alla notte invernale. In tutto ciò che è, vedo profilarsi ciò che non sarà più».
Il problema dell’inizio è il dramma della giovinezza. Siamo consegnati a un corpo che invecchia, condannati a essere visti dall’esterno, prigionieri di un qualcosa che non rappresenta ciò che noi sentiamo e che però ci identifica agli occhi degli altri: «“La cosa terribile, quando si invecchia, è che si rimane giovani” (Oscar Wilde). È vero, i nostri desideri non invecchiano con noi. Per gli altri, noi non siamo più gli stessi, ma i nostri desideri e i loro oggetti restano uguali. La misura del tempo che passa è tutta in questo scarto». E ancora: «Come è difficile non avere mai l’età che si ha».
L’idea di un’attesa e quindi di un inizio, la consapevolezza di una diversità, il disagio nei confronti dell’esistente e il fastidio per quello che è la normalità comunemente accettata, disegnano i contorni di una solitudine attiva ma non per questo meno reale: «L’unanimità è sempre inquietante. Nella parola “sole”, a quanto pare, c’è la stessa radice di “solitario”. Non mi dispiace». E quindi: «Come faccio ad essere contro gli stranieri? Non c’è nessuno più straniero di me nel mondo in cui vivo». Sentirsi soli non significa essere individualisti. «Coloro che hanno uno stile di vita personalissimo, molto diverso da quello della massa, sono considerati “individualisti”. È curioso. Essere contrari all’individualismo non significa fare come tutti gli altri. Tutto il contrario. Significa essere pronti a sacrificarsi per un altro. Non confondiamo anticonformismo e individualismo, i solitari e i narcisi». Allo stesso modo, essere estremisti non va confuso con l’essere rivoluzionari: «Un rivoluzionario non si distingue né per il suo estremismo, né per l’aspirazione a un “cambiamento totale” - espressione, quest’ultima, il cui significato rimane da stabilire. È piuttosto una questione di stati d’animo. La prima condizione di un rivoluzionario è di sentirsi estraneo, radicalmente estraneo, a tutto ciò che lo circonda, senza però esservi, per nulla al mondo, indifferente».
Se «il problema dell’inizio» è la tragedia della giovinezza, «il problema dell’altro» è la tragedia della solitudine. Risolvibile al livello delle relazioni sociali e amicali, contrassegnate dalla relatività, dalla molteplicità, dalla simmetria, dalle consuetudini, da un codice comportamentale, è nel campo totalitario dei sentimenti che non c’è soluzione. Ogni storia sentimentale è nel segno di una reciproca cessione di sovranità, ma fatta da due eserciti stranieri che anelano a riprendersela. «Si parla di “donne fatali”. Ma tutte le donne sono fatali! È per questo che l’amore di un uomo per una donna è così spesso tragico, mentre l’amore di una donna per un uomo declina più frequentemente nel drammatico. Fra la tragedia e il dramma c’è una differenza di sesso». E ancora: «Ciò che è degno di nota, nella felicità, è che fra le donne si tratta di qualcosa di eminentemente concreto, mentre per gli uomini, nel migliore dei casi, qualcosa di assolutamente astratto». Il fatto è che «gli uomini possiedono il corpo delle donne, le donne possiedono la mente degli uomini. Di che ci si lamenta?». E quindi, «non c’è nulla di spregiativo nel constatare come la seduzione esercitata da una donna sia essenzialmente legata al suo corpo. Nella donna, è il corpo che esprime l’anima».
La fisicità, il possesso, il desiderio di nuove emozioni condannano a una ricerca di cui sfugge sempre l’oggetto finale: «Se l’uomo è fatto per avere molte donne, non sarà perché in fondo non è fatto per nessuna?». È una ricerca contro il tempo, per due ordini di motivi. Il primo è che se è pur vero che «l’amore è l’unica cosa che ammazzi il tempo», ciò non toglie che alla fine «il tempo ammazza l’amore». Il secondo attiene all’ordine delle cose, al nascere, al crescere, all’invecchiare, al morire: «Abel Bonnard: “la primavera è soltanto la stagione del desiderio. La stagione dell’amore è l’autunno”. Bonnard ci prende in giro. Per l’amore c’è un’età in cui si diventa invisibili o ridicoli». Sia come sia, l’invisibilità e/o il ridicolo arrivano al termine di un viaggio in cui ci si illuse di poter giocare in due quello che, comunque, era un solitario. «In un saggio trovo queste parole terribili di Marguerite Yourcenar: “L’amore è un castigo. Veniamo puniti per non aver saputo restare soli”».
Ultimo anno è anche, baudelairianamente, questo «cuore messo a nudo», e non sorprende che il suo autore, dopo aver osservato che «scrivere in prima persona mi è sempre riuscito difficilissimo», e aver precisato che comunque il lettore non vi troverà «né la mia vita privata, né quella moltitudine di eventi di cui si nutrono i diari degli scrittori», debba però ammettere, quasi suo malgrado: «Ho messo molto di me stesso in questo libro. Non si ripeterà». Peccato, vien voglia di dirgli.