Alain Delon malato: mi suiciderò

«Il pensiero del suicidio è un pensiero che aiuta a vivere. Senza l’idea del suicidio mi sarei ammazzato subito. La vita è sopportabile soltanto all’idea di poterla lasciare quando si vuole. La vita è a nostra discrezione. L’idea che si possa vincere la vita, l’idea di avere in pugno la nostra vita, di poter abbandonare lo spettacolo quando vogliamo è un’idea esaltante». È un brano di Cioran, non a caso uno degli scrittori culto di Alain Delon, un attore a cui la bellezza non ha impedito la grandezza, ma ne ha nascosto la complessità. A Cioran sarebbe piaciuto sentirselo leggere da lui.
Più colto della media dei suoi colleghi, amico di Romain Gary, il romanziere-regista-diplomatico, già marito di Jean Seberg, morto suicida vent’anni fa, lettore fedele di Henry de Montherlant, mostro sacro della letteratura d’oltralpe che si tolse la vita quasi ottantenne per paura della cecità, nel pantheon laico di Delon la morte di propria mano ha sempre goduto diritto d’asilo. Non sorprende, dunque, che a nemmeno tre anni di distanza, questa volta intervistato da Paris Match, sia tornato sullo stesso tema: «C’è in me una certa stanchezza, il tempo che passa, gli amici scomparsi, l’età che incalza, la famiglia polverizzata. Quello che è certo è che non lascerò che sia Dio a scegliere il giorno della mia morte. Vivo davanti ai miei occhi la scena di quel momento. Il difficile non è farlo, in sé è un gioco da ragazzi. È riflettere per non passare poi all’azione».
Settant’anni il prossimo novembre, problemi cardiaci che gli hanno fatto saltare il ritorno sul palcoscenico con Montagne russe, successo della scorsa stagione teatrale, il ritratto di un anziano eppure irriducibile Don Giovanni che si ritrova avviluppato, deriso e umiliato da una giovane controparte femminile, di nuovo solo dopo che la moglie Rosalie se n’è definitivamente andata portandosi dietro i due figli, nella vecchiaia Delon è una sorta di doppio rovesciato del personaggio che trent’anni fa disegnò nell’Ultima notte di quiete di Valerio Zurlini, uno dei suoi film più belli e più struggenti, un piccolo, velleitario eroe di provincia, coperto di donne e di letteratura, consapevole che al tempo che passa non c’è rimedio, eppure ancora in cerca di una perduta innocenza.
Intorno a chi è stato un protagonista incontrastato della vita e dello schermo, molte donne bellissime, Romy Schneider su tutte, grandi film per grandi registi, Visconti, Losey, Antonioni, Melville, controcorrente nelle scelte, legione straniera, amicizie politiche di estrema destra mai rinnegate, frequentazioni malavitose mai taciute, il tempo sembra divertirsi a lasciargli la stropicciata immagine di ciò che fu, per poi smontargliela pezzo dopo pezzo. Quindici anni fa, nel Ritorno di Casanova, un brutto film tratto dall’omonimo, bellissimo racconto di Schnitzler, si era comunque ritrovato di fronte l’immagine di ciò che era diventato: «Non era lui un Dio? Giovinezza e vecchiaia solo una favola inventata dagli uomini? Nello sguardo di lei trovò scritta la sua fine: non ciò che avrebbe mille volte preferito leggere: ladro-dissoluto-farabutto. Lesse solo una parola, la parola che era per lui la più terribile di tutte, perché esprimeva la sentenza definitiva. Vecchio». Da allora non ha più fatto cinema.
Lo scorso anno, per la televisione, Delon ha accettato di indossare, e li ha portati come se fossero ormai i suoi, i panni del commissario Fabio Montale, una creazione dello scrittore marsigliese Jean-Claude Izzo. Montale è uno che non ha più una famiglia, ha sempre meno amici, senza che questo gli diminuisca il numero dei nemici, vede che il fisico ormai non regge più, gli cedono le guance, sempre più si imbiancano i capelli, è stanco ma va avanti per dovere, come una sorta di imperativo categorico personale, e si capisce che cerca la pallottola del sicario che gli toglierà il pensiero di doverlo fare in prima persona.
Sullo schermo può andare così, nella vita è più complicato. Il giorno in cui Delon non annuncerà più di pensare al suicidio è perché lo avrà già fatto. A meno che Nostro Signore non lo prenda a tradimento.
Stenio Solinas