Alaska, la città dei depressi rinasce a passo di danza

Nella sperduta Brevig Mission fino a quattro anni fa c’erano tanti suicidi quanti bebè. Poi è riscoppiata una vecchia passione. E la scia di morti si è interrotta

da Anchorage, Alaska

Un villaggio dimenticato e maledetto da Dio, dove da più di un decennio troppi uomini per noia mettono fine alla propria esistenza in modo violento: con un colpo di arma da fuoco alla tempia. Brevig Mission è uno dei centri più isolati e remoti dell’Alaska: è situato sullo Stretto di Bering, a 120 chilometri dalla Siberia e a meno di 90 dal Circolo polare artico. Questo villaggio, abitato da 276 eskimo Inupiat, ha un triste e poco invidiato record: la più alta percentuale di suicidi del Nord America e del mondo occidentale. Da più di dieci anni il numero di chi si toglie la vita è pari quasi a quello dei nati.
RECORD MALEDETTO
Questo villaggio di Inupiat (guai a chiamarli eschimesi, si offendono a morte, «native» li chiamano gli americani politicamente corretti) da anni è meta di visite di psicologi, neurologi e assistenti sociali e oggetto di studi a non finire finanziati dallo Stato dell’Alaska per cercare di rintracciare la causa del male e arginare questa lunga scia di sangue. Basta sciorinare alcuni numeri per capire cosa accade a Brevig Mission: l’Alaska è lo Stato negli Usa con la più alta percentuale, ben 43 suicidi ogni 100mila abitanti; più del doppio della media nazionale. Negli States la percentuale è di 21,1 ogni 100mila abitanti. Il male di vivere devasta soprattutto gli «eskimo» (che sono circa 150 mila). Per questo popolo la percentuale è da brivido: 65 suicidi ogni centomila abitanti, tre volte e mezzo la media nazionale Usa. Il Comitato per la prevenzione dei suicidi dell’Alaska, guidato dalla sociologa Jeannine Sparks, dal 2000 non rende noto il numero esatto dei suicidi a Brevig Mission perché raggiunge una percentuale da choc che li deprimerebbe ancora di più. «È un marchio infamante che non riescono a cancellare, li opprime psicologicamente ed è causa di altri suicidi; gli abitanti di Brevig Mission convivono con la vergogna, con un senso di perdita e di totale mancanza di speranza - spiega la Sparks -. Ogni volta che accade un suicidio c’è bisogno di tempo per guarire e dimenticare, ma non fanno a tempo a dimenticare che qualcun altro pone fine alla propria esistenza».
LE RICERCHE
Il male non è oscuro, gli studi e le ricerche conducono sempre verso un denominatore comune: la noia (boredom, in americano) una parola fatua e vuota che in Alaska e nei villaggi eskimo significa morte. E dove psicologi, sociologi e terapeuti con milioni di dollari di fondi a disposizione hanno fallito, un giovane «native» di Brevig Mission, Robert Tokeinna, 28 anni, ha trovato un antitodo. L’intera Alaska (quella dei media, dei politici e degli studiosi in materia) esalta il giovane Tokeinna come un eroe nazionale, la sua storia e il suo metodo fatto in casa sono stati analizzati e magnificati dai grandi network nazionali e dai maggiori giornali d’America.
Il Comitato per la prevenzione suicidi ha esportato in tutta fretta nei remoti villaggi il metodo Tokeinna. L’antitodo è una specie di uovo di Colombo: la danza.
Anche Robert, dopo essersi diplomato, oppresso dal tedio della lunga notte polare, con il suo villaggio che per 7-8 mesi vive costantemente sotto zero, con il ghiaccio che arriva in modo spettrale a fine ottobre e chiude il mare di Bering in una desolazione totale fino ai primi di maggio, aveva tentato il suicidio ma si era fermato più di una volta un secondo prima di premere il grilletto. La noia che si vive nello stretto di Bering è totale, in completo isolamento, perché il mare è pericoloso e difficile per la navigazione nella buona stagione per le piccole imbarcazioni (quelle degli eskimo). Per cui in quei 3-4 mesi estivi a Brevig Mission approdano solo poche navi cisterna e cargo per i rifornimenti che devono servire durante il lungo inverno polare. Il suo villaggio e i 260 residenti rimangono isolati tutto l’anno, hanno solo qualche decina di chilometri di strada percorribile e i pochi collegamenti settimanali con il Comune di Nome (4mila abitanti) per la posta, alcune medicine vitali e altre emergenze sono affidati a un piccolo aereo, che può portare solo due passeggeri a un costo quasi proibitivo per buona parte degli Inupiat (500 dollari per andata e ritorno).
IL RIMEDIO
Diversi zii e cugini di Robert si sono suicidati, nel 2003 uno zio si è tolto la vita e per non fare la stessa fine ha iniziato a danzare per dimenticare, ore e ore al giorno: danze rigorosamente Inupiat, quelle secolari. Da 4 anni Robert riesce a far danzare i giovani e meno giovani di Brevig Mission, li ha convinti uno alla volta. E per il momento la lunga scia di suicidi sembra essersi fermata d’incanto.
«Non pensavo che la danza antica dei miei avi potesse prevenire i suicidi tra la mia gente, ho iniziato per caso recuperando delle vecchie videocassette, ora specialisti e medici sono dell’opinione che serva a rafforzare lo spirito e a rendere la persona più felice», spiega il giovane Tokienna nelle sue interviste.
Il problema è che con il benessere e con l’arrivo di tutti i comfort del mondo occidentale, grazie alle entrate del petrolio, gli eskimo hanno perduto le abitudini di vita e le nobili usanze come la caccia e la pesca praticate con armi e attrezzature rudimentali. Non vivono più all’aperto come prima, specie in inverno per procacciare quel poco cibo disponibile nella tundra.
NOIA E PETROLIO
Ora vivono e sognano di fronte alla televisione e al computer: tutte le abitazioni di Brevig Mission hanno il collegamento internet, l’acqua corrente, la luce elettrica, la fognatura. Un sistema sanitario che copre ogni spesa medica, scuole tra le migliori e la possibilità di poter frequentare l’università ad Anchorage o a Fairbanks gratis. «La tv e internet ora riempiono le nostre giornate, ci mostrano in ogni momento cosa accade di grandioso ed eccitante a New York e a Los Angeles e subito la paragoniamo alla noia di vivere isolati per tutto l’anno, tra la morsa del ghiaccio e del gelo polare. Un paragone che ci rende tristi e incapaci di accettare un destino che ci ha fatto nascere nel luogo forse più inospitale del mondo», ripete il giovane Tokeinna.
Alcune cifre: il reddito medio delle 69 famiglie che vivono a Brevig Mission è di 24mila dollari, ben al di sotto del livello di povertà (il reddito medio Usa è di 46mila dollari), ma ci sono i sussidi statali provenienti dal petrolio. Basta dare un’occhiata dall’altra parte dello Stretto di Bering, nella Siberia russa dove la popolazione vive come 50 anni fa, tra stenti, un’assistenza medica inesistente e scuole fatiscenti, con i siberiani di Providenija e dintorni che vantano un reddito medio annuo di 3mila dollari.