Alban Berg, il Quartetto dice addio

L’Alban Berg, cioè il Quartetto per antonomasia, ha deciso di ritirarsi dalle scene.
Ultimo concerto in assoluto, in luglio, al teatro Colon di Buenos Aires. Addio italiano, in questi giorni, nel corso di un tour che tocca Treviso, Roma, Firenze e Bologna, ma parte da Milano: la città frequentata con una regolarità dove lo zelo professionale pare sconfinare nell’affetto.
Così, domani sera in Conservatorio (ore 20.30), l’Alban Berg dà l’addio agli amici della Società del Quartetto di Milano, con un programma che si regge su tre colonne: Haydn (Quartetto in sol maggiore op. 77 n. 1 Hob. III. 81), Berg (quartetto op. 3) e Beethoven (quartetto n. 15 in la minore op. 132).
L’Alban Berg ha segnato la storia del quartetto. Lo ha fatto viaggiando per il mondo, attraverso la montagna di incisioni dove campeggiano l’integrale di Beethoven, Brahms, Berg, Bartók e Webern, cui si aggiunge la collana di pagine scritte su misura da compositori come von Einem, Haubenstock-Ramati, Rihm, Schnittke o Urbanner. Così la perlustrazione del repertorio ha tenuto fede alle premesse di partenza: chiarite fin dal titolo.
Il marchio Berg (musicista chiave del Novecento) ha sempre rappresentato la garanzia di un repertorio pronto a spaziare dal Classicismo fino al Novecento, e ciò in epoche dove la musica del secolo corrente poteva sollevare scetticismi.
Intonazione senza smagliature, quattro componenti per un’unica anima, repertorio sconfinato, corredo di trenta premi, tutti elementi che hanno strutturato l’unicità della personalità dell’Alban Berg. Un quartetto austriaco fino all’ultima cellula con Günter Pichler, primo violino, tirolese, Gerhard Schulz, secondo violino, di Linz, viennesi il violoncellista Valentin Erben, e il violista (scomparso nel 2005) Thomas Kakuska cui è subentrata l’allieva Isabel Charisius.