"Le albanesi? Se vengono in Italia a prostituirsi è anche colpa loro"

La testimonianza inedita di una 22enne proveniente da Scutari e da cinque anni in Italia, dove vive un'esistenza serena. «Le mie connazionali dovrebbero guardare di più la televisione e capire che per noi donne è possibile una vita migliore»

"In Italia è possibile condurre una vita normale e dignitosa se sei una ragazza albanese. Quello della schiava-prostituta che viene in Europa è uno stereotipo bello e buono. Anche perché se le ragazze da noi in Albania si fanno sottomettere dai loro uomini - che le spingono a fidanzarsi o a sposarsi giovanissime per poi fare di loro quello che vogliono (anche obbligarle a trasferirsi in un paese straniero e a prostituirsi) - non è colpa solo dei loro compagni. Da noi tutto è retrogrado, ma per fortuna...C'è la televisione! Quindi mi sento di dire alle mie connazionali: ragazze. guardate la televisione, tenetevi al passi coi tempi. E potrete capire che si può vivere diversamente, che la vita non è solo grama, non è solo sofferenza!".

Rosaffa, detta Rosy, è una bella ragazza di 22 anni dagli occhi grandi ed espressivi, vive a Cinisello Balsamo a casa del fratello e della cognata e fa la baby sitter. È in Italia da cinque anni e parla perfettamente la nostra lingua. L'ho incontrata in treno, qualche settimana fa, alle 20.15, sul convoglio di una delle linee più disastrate d'Italia (e quindi odiatissima dai pendolari) la Milano-Mantova. Io andavo a Mantova, lei a Cremona.

È salita in prima classe (non che ci sia una differenza significativa tra le carrozze) e mi si è avvicinata, apostrofandomi così: «Pendolare per lavoro o per amore?». Così ci siamo messe a ridere, lei mi ha raccontato che andava dal suo fidanzato a Cremona, per passare lì il fine settimana e abbiamo cominciato a parlare. In realtà a parlare è stata soprattutto lei, visto che io, quando Rosy mi ha detto che veniva dalla città di Skutari, nella zona nord occidentale dell'Albania, ho iniziato a tempestarla di domande: è un'esperienza notevole, per una cronista di «nera», incontrare una di quelle ragazze così diversa da quelle che in questura, durante le conferenze stampa, ci vengono descritte solo come «vittime», piegate da una mentalità maschilista e dalla quale sembrano non avere scampo.
Rosy, infatti, non ha avuto esperienze di quel genere, ha seguito un percorso difficile, ma sicuramente meno scioccante per entrare in Italia.
"Ero andata con la scuola alle Olimpiadi della Gioventù in Germania, nel 2003 - racconta -. Prima di affrontare il viaggio di ritorno per l'Albania io e una mia compagna ci confondemmo tra la folla di un autogrill, poi fuggimmo via, ci nascondemmo sotto un ponte. Alla fine riuscimmo a raggiungere una stazione ferroviaria e a salire su un treno per l'Italia. Qui c'erano già mia sorella e mia fratello, entrambi sposati con dei connazionali ed entrambi con figli e un lavoro. Mi presentai a casa di mio fratello, glielo dissi senza troppi giri di parole: io in Albania non ci torno più".
"Vivere senza permesso di soggiorno è terribile: temi sempre che qualcuno ti possa scoprire e rispedire indietro, ti senti braccata. Ma io non volevo assolutamente tornare in Albania, sarei stata costretta a condurre un tipo di vita che odio con tutte le mie forze - continua Rosy -. Così attesi il momento giusto per potermi regolarizzare e, il giorno stabilito dall'ufficio immigrazione, non esitai ad attendere l'apertura delle Poste stazionando lì, tutta la notte, in fila insieme a tanti altri stranieri. Un incubo, non so se sarei in grado di rifarlo, ma...Forse sì: qualsiasi cosa pur di non tornare in Albania."
Ma perché? Com'è la vita in Albania? Per quale motivo tutti se ne vogliono andare?
"Soprattutto le ragazze sono penalizzate - spiega Rosy -. Le donne da noi sono considerate zero assoluto, servono solo per far figli e lavorare come degli animali. Già da ragazze, finita la scuola dell'obbligo, sono pochissime le giovani che vanno in città a studiare. Io ero molto brava, studiavo parecchio e con grande profitto, ma i miei genitori (e io provengo da una famiglia di campagna che però non è affatto povera) mi dissero chiaro e tondo che ero destinata a stare in casa a cucire il corredo, come avevano fatto le mie due sorelle. Quindi avrei dovuto aspettare che qualcuno mi chiedesse in moglie. Sì, da noi funziona così: un tizio ti vede, chiede ai tuoi genitori di poterti frequentare e così inizia la relazione..E che relazione!"
Che significa?
"Che lo incontri al massimo tre volte nel giro di quattro-cinque mesi, rigorosamente in mezzo ai parenti. Che lui si fa bello con te e con la tua famiglia girando con chissà quale macchinone. E che, infine, se tu non sei proprio contraria, il matrimonio lo combinano loro, il fidanzato e le famiglie. A quel punto il destino della ragazza è segnato: una volta sposata se ne sta in casa a pulire, a lavorare in campagna e a fare figli. Quando, naturalmente, non è vittima di un marito ubriacone che, considerandola non più di una serva, non si trattiene dal picchiarla ogni qual volta che, tornando a casa, la poveretta non obbedisce ciecamente ai suoi voleri. In Albania, infatti, molti uomini, anche piuttosto giovani, sono alcolizzati. Poi, naturalmente, ci sono quelli che non esitano, invece, a portare le loro fidanzate, all'estero e a farle prostituire. Naturalmente, quando partono, le poverine hanno il miraggio di un lavoro dignitoso e nozze imminenti...Comunque non è solo colpa degli uomini":
Cosa vuol dire che non è solo colpa degli uomini?
"Che le ragazze potrebbe evolversi e non continuare a sognare. Lo dico e lo ripeto: basterebbe guardare di più la televisione. Siamo arretrati in Albania, è vero, ma la tivù è in tutte le case. È l'unico mezzo che noi donne abbiamo per capire come si può vivere, comprendere che c'è un'esistenza migliore per noi, che non siamo bestie da soma obbligate a sottostare a regole medievali. Quindi, avanti, ragazze: guardate la televisione!"