Albertazzi-Achab sfida la balena con finale a sorpresa

All’Argentina di Roma intensa rilettura del capolavoro di Melville. In scena la nave è piazzata su un gran piano inclinato su cui domina il capitano

Per tacita ammissione un tempo esistevano in letteratura le cosiddette opere intoccabili. Coi critici che gridavano al crucifige ogni volta che qualcuno annunciava di volerne ricavare un film o uno spettacolo. Guai a chi osasse attentare alla proustiana Recherche, all'Ulisse di Joyce o all'Orlando della Woolf mentre, risalendo a ritroso negli anni, suscitava più di un dubbio la riduzione nei canoni dello show business di un Don Chisciotte o dei Promessi sposi.
Su Moby Dick al contrario, forse perché da noi non esistevano antecedenti e scarsi, anche nella stampa specializzata, furono gli echi nel'55 della messinscena newyorchese di Orson Welles, non c'erano pregiudizi così accaniti. Per il buon motivo che il geniale brogliaccio poetico di Melville, a mezza via tra il poema epico e lo scrupoloso resoconto scientifico sembrava talmente inadatto alle scene da scongiurare, prima di Gassman, l' interesse dei teatranti. Ora Antonio Latella, nella riduzione approntata da Bellini su cui si avverte preponderante la mano di Albertazzi, aggira sapientemente l'ostacolo di portare in scena l'equivalente di un kolossal cinematografico con tanto di raffiche di vento e onde proiettate sullo sfondo. Sfruttando con abilità il suo precedente allestimento della Cena delle ceneri di Giordano Bruno dove il convulso vocabolario del gran testo ermetico veniva doppiato sul palco dal fisico contorcersi dei corpi spesso incollati al suolo su lastre speculari, il regista trasferisce la nave di Achab su un gran piano inclinato. Che diviene tortuoso cammino obbligato per i marinai mentre su in alto, come una scolta eternamente vigile, Albertazzi-Capitano nella sua tolda tappezzata di libri dirime la sua eterna contesa verso il nulla.
Perché in questa messinscena serrata e veemente, anche se capace a tratti di sprofondare in estatici languori, della Balena Bianca che sorge dalle onde c'è solo traccia nella mente del vecchio demiurgo perseguitato dal suo antico sogno che all'ultimo istante, nello struggente finale a sorpresa, riesce a comunicare a Ismaele, l'angelico allievo incarnato con finezza da Marco Foschi. Prima di congedarsi, negli accenti di delirante grandezza che solo Albertazzi possiede, coi versi immortali di Shakespeare.

MOBY DICK - da Melville Teatro Stabile dell'Umbria-Teatro di Roma. Regia di Antonio Latella, con Giorgio Albertazzi. Roma, Teatro Argentina, fino al 6 gennaio.