Albertazzi: basta soldi agli «amici»

Cinzia Romani

da Roma

Giorgio Albertazzi, ieri a Parma ha incrociato le braccia anche lei, per solidarietà col mondo dello spettacolo in piazza?
«Sì, ho scioperato. I tagli della Finanziaria sono punitivi. Micidiali e pericolosi».
In che senso, pericolosi?
«Qui si rischia di generare un blocco permanente delle attività. Anche se io, negli ultimi quindici anni, ho detto cose ben precise. E ben diverse dal solito piagnisteo».
Quali cose?
«Le sovvenzioni al teatro vanno abolite. E gli aiuti vanno dati direttamente alle compagnie teatrali».
In quale modo?
«Con un sistema adeguato di defiscalizzazione. Il teatro non dovrebbe più pagare tasse. Il totale dell’incasso di ogni serata dev’essere devoluto alle compagnie! Oggi se uno spettacolo teatrale fa dieci milioni, sei li prende lo Stato».
C’è chi sostiene che i tagli al Fondo unico dello spettacolo siano tagli politici. Lei che cosa ne pensa?
«No, i tagli non sono politici. Non è lo spirito del taglio ai fondi per il teatro che mi dispiace. Ma riprovo la leggerezza con cui si è operato. Non si può considerare l’arte, lo spettacolo, come una spesa tra le altre».
Eppure, di sprechi ne sono stati fatti, nel tempo...
«Certo. Ma io, ripeto, sono per l’abolizione totale delle sovvenzioni. Che, poi, finora sono andate agli amici degli amici. Mi dichiaro contrario alla parcellizzazione dei finanziamenti, fatti a pioggia. C’è chi, in un solo anno ha guadagnato quanto io, in qualità di direttore del Teatro di Roma, guadagno in quattro, cinque anni...».
Ma il pubblico, a teatro, continua ad andarci, oppure ha smesso?
«Parlo per me, per gli spettacoli che allestisco io e dico: sì, ci vengono a teatro. E i giovani rappresentano il pubblico ideale. Ma alla gente non puoi dare roba stantia! Il mio Adriano da quindici anni registra il tutto esaurito».
Il comparto teatrale, all’estero, è sostenuto dallo Stato?
«In America no. Ma in Germania sì, esistono svariate forme di Staatstheater, che prospera, più o meno, con i fondi dei Laender, delle varie regioni. I tedeschi, comunque, vanno a teatro molto più degli italiani. Per me, comunque, il modello migliore rimane quello inglese».
Come funziona, in Inghilterra, il rapporto tra lo Stato e il mondo del teatro?
«Esiste un Art council, una sorta di Consiglio dell’arte, sotto forma di un comitato, eletto ogni due anni. Questo organismo funziona da mediatore tra lo Stato e i fruitori degli spettacoli teatrali, per esempio. E, di volta in volta, decide di dare o non dare sovvenzioni. È chiaro che si incentiva il teatro d’arte».
Se li immagina, lei, in Italia, organismi del genere?
«Si metterebbero a litigare, tutti contro tutti. Però trovo insopportabile l’idea che, per vivere, il teatro debba dipendere dalle ubbìe di un sottosegretario».
Come mai, secondo lei, il teatro italiano boccheggia?
«Ci sono troppi enti, gruppi, associazioni, fondazioni. Ma facciamoci, anche noi, un bell’esame di coscienza! Il teatro, in Italia, non siamo riusciti a renderlo indispensabile. Non siamo entrati nel tessuto culturale del Paese. Se penso, invece, al Piccolo di Milano, nel dopoguerra, a quel che ha saputo fare, penetrando nel tessuto civile italiano, con proposte culturali stupende, di carattere emancipativo... ».
Crede che la serrata di ieri spingerà il governo a correggere la manovra per lo spettacolo?
«Lo spero. Ma approfittiamo di questo momento, non per mettere in scena una protesta barricadiera, bensì per rimetterci in discussione noi, gente di spettacolo. Chi l’ha detto che siamo una ricchezza culturale? Io, comunque, mi assolvo: l’anno scorso mi sono tagliato del dieci per cento lo stipendio da direttore del Teatro di Roma. Ma il teatro resta un vecchio elefante che va al cimitero».