Albertazzi incanta nel «Moby Dick» di Latella allo Strehler

La tentazione di portare in scena i capolavori della narrativa in Europa raggiunge l'apice nell'Ottocento quando i grandi romanzieri francesi, costretti a pubblicare le loro grandi storie sulle pagine dei quotidiani prima di vederle racchiuse in un libro, cominciarono ad adattarne i soggetti per il teatro. Da Dumas a Balzac fino a Zola e a George Sand si assistette così a un vero e proprio florilegio drammatico che ben presto contagiò tedeschi ed anglosassoni e alla lunga finì per coinvolgere il Nuovo Continente. Dove il memorabile romanzo ispirato a Herman Melville dalla mitica caccia del Capitano Achab a quella Balena Bianca che per lui s'identifica col destino e l'inesorabile supremazia della Divinità attrasse e sgomentò i teatranti fin dal 1851, quando «Moby Dick» vide finalmente la luce. Ma né Orson Welles a Broadway né tantomeno a casa nostra Gassman, che solo alla vigilia della morte potè a realizzare il suo sogno, riuscirono a tradurre in termini accettabili un capolavoro che a ragione si può definire il Gran Libro della sfida tra l'uomo e le forze avverse dell'universo. Adesso, invece, Latella regista ed Albertazzi interprete trionfano al Teatro Strehler da martedì (fino all’8 febbraio, largo Greppi, info: 848800304, www.teatrostreheler.org) sull'aspra materia congegnando, sul palco, una sorta di miracoloso meccanismo a orologeria. Che agisce da detector nei confronti della scena ripida e impervia di quella nave fantasma su cui appaiono e scompaiono le bianche ombre dei marinai, non sai più se esseri in carne ed ossa o fascinosi spettri vomitati dal mare a spadroneggiare indisturbati sulla tolda. A mezza via tra il sartiame e l'incombere sottostante della chiglia si colloca poi, come un sogno nel sogno, la cabina del capitano Achab. Divenuta uno studiolo sui generis dove, tra le carte nautiche, i libri mastri e le bussole, la voce di Giorgio Albertazzi, ancor prima che l'attore ci guidi tra i meandri del suo abissale delirio, agisce da mirabile strumento d'incanto. Collocandosi magistralmente all'interno di questa favola tragica, che tanto ha in comune con «Billy Budd», la seconda leggenda marinara di Melville, come un araldo che, manifestandosi e dissolvendosi, introduce e commenta questa strepitosa variante dell'Odissea. Dove, per merito di Latella, l'attore si tramuta in aedo. Finendo per confessarci, alla svolta finale del testo, che la Balena Bianca non è che pura astrazione. Come lo furono l'Eldorado dei conquistadores spagnoli o l'Atlantide magnificata nelle pagine di Pierre Benoit. E' a questo punto che attore e regista decidono di compiere un'inversione di tendenza e Albertazzi ripudia le spoglie di Achab. Diventa Dante e diventa Amleto e, interrogandosi sulla sorte incerta dell'essere divorato dal nulla, conclude il segno grafico dello spettacolo nei vortici della poesia.