ALBERTAZZI Passione imperiale

L’attore inaugurerà il Festivaletteratura raccontando i suoi 18 anni a teatro con «Memorie di Adriano»

Un grande attore e regista, una scrittrice straordinaria, un testo leggendario del ’900: una storia d’amore che dura da 18 anni. Questo è il rapporto che lega Giorgio Albertazzi a Marguerite Yourcenar e a uno dei suoi romanzi più famosi, un long seller da 25 milioni di lettori: le Memorie di Adriano. Dopo 18 anni di repliche e tournée in Italia e in Europa con la regia di Maurizio Scaparro e oltre 500mila spettatori, l’opera conserva un fascino misterioso.
Un fascino intatto persino per il suo protagonista, Albertazzi, che a vent’anni dalla scomparsa della Yourcenar (morta il 17 dicembre 1987) inaugurerà il Festivaletteratura di Mantova con un tributo alla scrittrice in anteprima nazionale: il racconto dal vivo di questa passione, mentre sullo sfondo scorreranno le immagini del film sullo spettacolo (che a ottobre sarà un dvd edito da minimum fax): «Nel film di Matteo Raffaelli - racconta Albertazzi - mi reco a Villa Adriana a Tivoli in abiti contemporanei. E poco alla volta vengo circondato dalle ombre: Adriano stesso, poi Sabina e poi la storia mi prende e si espande in tutti gli spazi architettonici della villa».
Come è nato questo matrimonio fra lei e il testo?
«Più che un matrimonio lo definirei una storia fra amanti, che non finisce mai. Nacque nel 1989 da una proposta di Maurizio Scaparro, che mi chiese di adattare il romanzo. Io avevo letto solo qualche brano del libro, ma il feeling è stato immediato. Il feeling con Marguerite, intendo».
Si è innamorato della Yourcenar?
«Ho voluto da subito occuparmi di lei, più che del testo. Volevo sapere tutto di quella donna, leggevo le sue interviste, i gossip. Scoprii che amò moltissimo e venne amata sempre male, molto male. E mi appassionai a lei».
Che cosa le piace di Marguerite?
«Ha una capacità straordinaria di rendere palpabili le sue memorie, le intesse, più che di erotismo, di eros, di intenso tangibile amore. La sua aura era talmente intrigante che per una volta trascurai il fatto, per me difficile da superare, che non era bella».
E di Adriano non si è innamorato?
«Sono arrivato a pensare che lei fosse Adriano. L’imperatore sposò la bellezza e Marguerite era un’esteta. Ho fatto Adriano pensando a una donna, come sempre».
Ma poi il romanzo lo ha finito?
«Non ho mai letto per intero il libro. Lo so che sembra strano, ma è così e non so spiegare il perché. L’ho letto qua e là, sempre ipnotizzato dalla scrittura di Marguerite, ma mai fino in fondo».
Qual è il suo rapporto con la letteratura?
«Ho attraversato un secolo e la predilezione per la letteratura non mi ha mai abbandonato. Non ho mai avuto la vocazione teatrale, anche se considero il teatro una straordinaria forma di espressione, mentre ho sempre sentito di essere chiamato alla scrittura. Ho scritto quindici adattamenti che vengono tutti dalla letteratura. L’idiota, Jekyll, Delitto e Castigo, il Duende di Lorca, tanto per citarne alcuni. Tra due mesi debutto con il Moby Dick di Antonio Latella e voglio preparare l’Eneide. La letteratura per me è una fonte inesauribile di ispirazione».
Perché non ha fatto lo scrittore, allora, o il drammaturgo?
«Nella vita avrei dovuto e voluto scrivere e basta. Ma poi ti distraggono le varianti. Diciamo la recitazione, per intenderci. Quando andai in scena la prima volta, con una compagnia filodrammatica fiorentina, facevo ancora il liceo. Ebbi da subito un tale riscontro che fu impossibile sottrarvisi».
Uno scrittore rapito dal palcoscenico...
«Dal successo clamoroso. E poi quegli spettacoli sempre con donne. In tutte le cose che hanno avuto significato nella mia vita c’è una presenza femminile. Come è accaduto con la Yourcenar».
Chi fu Adriano?
«Adriano è stato un imperatore che ha contato molto per Roma. Fu buon soldato, ma non grande uomo di guerra. Eppure, così mantenne l’Impero. Rinunciò all’Asia e all’India, ma organizzò una grande civiltà grazie alle terme, allo sport, ai palazzi. Visse nel periodo più felice della storia del mondo: il secondo secolo, quando gli dei non c’erano più e Cristo non c’era ancora. Amò il bello candido e selvaggio del suo giovane amante Antinoo, molto diverso ad esempio dal bello ruspante e ignorante dei ragazzi di vita di Pasolini. Fu profondamente laico e architetto, proprio come me. Aveva persino una gamba balenga, come la mia, che ho rovinato facendo un Riccardo III».
E di lui il pubblico si innamora al primo ascolto.
«Da quando ho iniziato a recitare le Memorie, l’assalto del pubblico è stato costante. Nel 1989 lo spettacolo doveva rimanere in scena una settimana. Rimase venti giorni. Quando lo portammo ad Atene, ogni sera c’erano cinquemila persone ad applaudire. Alcuni dicono: “Questo spettacolo mi ha cambiato la vita”. A Parigi una signora ha scritto: “Da quando ho visto Adriano ho smesso di invecchiare”. Incredibile, perché in fondo lo spettacolo consiste in un uomo che parla, in modo anche un po’ inconsapevole».
In diciotto anni di amore mai un momento di crisi?
«Di solito “scarico” i personaggi che interpreto. Ma con Adriano non c’è stato rigetto e questo è un mistero anche per me. Queste parole hanno una tensione particolare: dicendole, la letteratura che contengono si sgretola e diventa una specie di magma sonoro. Quando mi riguardo, capisco che in scena inseguo qualcosa».
E l’ha mai raggiunta?
«Si tratta di un sogno: alleggerire tutto, fino a svanire. Forse il fascino di Adriano sta in quel senso di morte leggero, impalpabile, che mi sta accanto in scena. O forse Adriano, come il teatro, è la femme fatale, una presenza femminile irraggiungibile persino quando è nel letto insieme a te. Un’imago che puoi solo sfiorare, ma che poi svanisce, come tutto, per sempre».