Albertini: «Milanesi, vi lascio in buone mani»

Dal suo ufficio ha già portato via tutti i ricordi

Chiara Campo

«Mi manca già». «Torni presto». «Grazie di tutto». «È stato troppo bravo». Dichiarazioni d’amore dei cittadini che ieri mattina si sono messi in fila a Palazzo Marino per stringere la mano al sindaco Gabriele Albertini. Ultimo giorno con la fascia tricolore prima di cederla, lunedì pomeriggio, all’erede Letizia Moratti. Un passaggio del testimone soft, visto che dopo la proclamazione degli eletti, già in serata la Moratti farà il suo esordio da neo sindaco alla Festa dell’Arma dei carabinieri all’Arena civica, ma ci sarà anche Albertini («nascosto tra le autorità», scherza). E ai cittadini che già lo rimpiangono garantisce: «Vi lascio in buone mani, anche migliori delle mie. Nel Dialogo di un venditore d'almanacchi e di un passeggere Giacomo Leopardi scriveva che l’anno successivo è sempre meglio di quello appena trascorso. Ed è bello pensare che anche chi viene dopo sarà meglio». Dal suo ufficio ha già portato via tutto, «la Lettera 22 di Indro Montanelli, la bacchetta “magica” che mi regalò Riccardo Muti, le vignette di Forattini». Non ha lasciato neanche la poltrona, «era un dono di Perini (l’ex presidente di Assolombarda, ndr), ergonomica, l’ho riportata nella mia fabbrichetta»). Risponde «non credo» a chi gli chiede se sentirà la mancanza di Palazzo Marino, corregge la domanda su cosa farà da grande: «Casomai da piccolo, non c’è nulla di più grande che fare il sindaco di una grande città. Forse il Papa, ma sta benissimo, che Dio l’abbia in gloria».
In fila c’è un motociclista col casco in mano. «Il pavè è un bel fastidio, non lo dica a me, ma non ce lo fanno togliere», spiega Albertini. Esorta chi sta sulla porta, «avanti, qui siete voi i padroni di casa». Prende in giro chi gli stringe la mano e confessa di aver votato l’Ulivo («non è un reato») e anche la signora che «fa il secondo giro». «Sono stati tutti carini, eppure non c’era selezione all’ingresso», scherza. Ammette con un tartassato dalle multe che «ogni notte 60mila residenti posteggiano in divieto perché non sanno dove mettere l’auto. Ha talmente ragione che stiamo intervenendo coi box calmierati, ma basta ancora». Confessa che il giorno più bello è «proprio questo. Perché tanta gente disinteressata mi ha ringraziato, per la strada, con lettere, e-mail. Persino il presidente della Provincia Filippo Penati. È un premio straordinario, l’unico che forse ho davvero desiderato». Gli resta il rammarico di «non aver introdotto la tassa d’ingresso per le auto inquinanti». Sui parcheggi, invece, nega fratture col neo sindaco: «In 50mila hanno comprato box sotterranei. I comitati che protestano sono di poche migliaia di persone che firmano petizioni anche dove non risiedono. La strategia dell’opposizione è far credere che il dissenso è gigantesco, per far sbagliare le scelte e poi accusare la giunta di non aver realizzato. L’importante è non ascoltare, so che Letizia non lo farà».
Sulle deleghe che la Moratti ha deciso di tenere per sé - Bilancio, Sicurezza, Società partecipate e Rapporti istituzionali -, Albertini precisa che «non danno poteri straordinari. Quelli da commissario al traffico, che io ho ottenuto e Veltroni a Roma ha chiesto, richiedono una responsabilità schiacciante ma consentono di saltare passaggi e accelerare le opere. Letizia vuol tenere la presidenza della holding Comune, è nella sua visione manageriale, ma non è un superpotere». La diessina Marilena Adamo che ieri è passata a salutarlo, per attaccare la Moratti ha detto che «forse farà rimpiangere Albertini, inizieremo a considerarlo un pericoloso assemblearista». Lui per ora sarà europarlamentare a tempo pieno, «in questi 2 anni ho fatto solo il dito, andando a votare decisioni già prese da altri». Poi ha chiuso la «carriera» da sindaco partecipando all’alzabandiera in piazza Duomo, per la festa del 2 giugno («doveva esserci anche la Moratti ma non ha potuto», spiega).