Albertini: «Al via la riconciliazione con la Lega»

«Si sono accorti di aver firmato un documento per la vendita Sea. È un’asta senza diritti di prelazione»

Sabrina Cottone

«Sarò ricordato per le mutande e per un pesce di nome Wanda...». Se la ride Gabriele Albertini nel suo ufficio per un giorno affollatissimo. Due giugno, festa della Repubblica, il sindaco ha aperto Palazzo Marino ai milanesi e loro hanno accolto l’invito e se ne vanno in giro tra affreschi e arazzi, statue e portici, su per gli scaloni fino all’ufficio del primo cittadino. Lui li ripaga con aneddoti da vecchio amico: «A un certo punto, quando sotto la Scala c’era una voragine e la magistratura ha fermato i lavori, ho temuto di essere ricordato come colui che aveva fatto più danni della guerra mondiale...». Invece passerà più tranquillamente agli annali per le mutande di cachemire griffate Valentino con cui ha sfidato le passerelle. E per «Un pesce di nome Wanda», film che ci riporta all’attualità politica: per coloro che non lo ricordassero, in piena crisi 2001 e dopo che il celodurista Bossi lo aveva chiamato «Albertina», il sindaco aveva scritto una lettera di scuse al Senatùr rubata parola per parola alla pellicola cult. Inutile dire che l’Umbert non aveva apprezzato l’ironia.
Una lite rientrata e adesso Palazzo Marino si prepara a una replica degli eventi. Oggi Giancarlo Giorgetti, leader del Carroccio lombardo, andrà a trovare Albertini per parlare del ritorno della Lega in giunta. Il sindaco mette le mani avanti: «Non so se ci sarà un nuovo assessore della Lega. Si sono accorti di aver firmato un documento in cui si prevede la privatizzazione della Sea. È un’asta senza diritti di prelazione per nessuno, neanche per la Regione, figuriamoci per la provincia di Varese. Naturalmente ben venga un consorzio pubblico per acquistarla, ma si tratterà di un’asta competitiva».
Insomma, il faccia a faccia tra il sindaco e il leghista presenta ancora qualche incognita. «Giorgetti arriva di venerdì per far partire un itinerario di riconciliazione». Una via crucis? «Non ci sono rancori particolari, anche se è una sceneggiatura singolare. Che cosa mi è costata la firma di Bossi che non voleva sottoscrivere il patto? Quel patto che poi Berlusconi ha copiato nel contratto con gli italiani...». Giancarlo Giorgetti è più o meno sulle stesse note: «Abbiamo trovato un’intesa di massima tra i partiti con il sindaco, adesso bisogna vedere se si risolve il secondo problema, quello di far pace con Albertini». Il segretario lumbard è cauto: «Ottimista? No, sono realista. In passato ci sono stati problemi. Vedremo l’incontro come va». Albertini ha già fatto sapere che non apprezza come candidato assessore il capogruppo Matteo Salvini: «Non credo che lo proporranno. È diventato eurodeputato per uno sbaglio, loro avevano scelto Gobbo. È una di quelle fortune che capitano una volta nella vita...».
Via un sassolino, il sindaco ne tira fuori un altro mentre chiacchiera della Bicocca con un cittadino in visita. Albertini non è mai stato innamorato del progetto di Vittorio Gregotti e adesso si lancia in una vera e propria stroncatura: «Si potevano fare grattacieli e poi tanto verde. Invece è stata fatta una spianata come a Berlino est. Era un progetto datato. Potevano esserci alberi, invece è stato tutto spianato con queste enormi case. Questo basso profilo degli edifici in altezza ha sottratto lo spazio per un parco. Il verde percepito è quello davanti casa propria. Noi abbiamo raddoppiato le aree verdi ma in zone come il Parco delle Cave, così i cittadini non ne hanno una percezione chiara». Il futuro, promette Albertini, sarà diverso: «Nella città nuova dell’era Albertini ci saranno grattacieli e verde. Penso a Garibaldi-Repubblica e alla Fiera».
Idee chiare sul fumo a San Siro, anche se il sindaco non si spinge a dire che non firmerà l’ordinanza di divieto. «Non so, valuterò quando me la presenteranno, sul tema si sono espressi consiglieri. Ma forse a San Siro ci sono priorità più importanti e non ha molto senso vietare quando poi arriva in campo un mortaretto che colpisce il portiere. Con risorse scarse nei controlli, è meglio avere una sigaretta in più e un mortaretto in meno».
Inevitabile parlare della Scala e di Riccardo Muti, anche perché la foto con dedica e la bacchetta del maestro sono uno dei cimeli custoditi in ufficio. Quasi si sfoga con un melomane in fila per parlare con lui: «Muti? L’ha sfiduciato l’orchestra con le altre maestranze. Gli hanno votato contro in novecento. Ma i sindacati sono stati messi sotto teca, invece alla fine è sembrato che fossi io il responsabile del disastro». Poi indica la bacchetta e si lancia in una battuta: «È quella con cui Muti ha diretto per l’ultima volta l’orchestra della Scala. Se la vendo da Sotheby’s, mi compro una Ferrari...». In bella vista dietro la scrivania, accanto al modellino di un taxi, c’è anche quello di una Ferrari. «L’ho guidata ma era in prestito, non ne ho mai avuta una...». E i taxi? «Non li prendo molto e quando li prendo prima cerco di sapere chi guida...» scherza ricordando la dura battaglia sulle licenze con i tassisti.
Chiacchiere a ruota libera mentre i milanesi sfilano in ufficio. Ma il sindaco continuerà a dire la sua alla città via radio: da mercoledì scorso, infatti, ha una rubrica fissa di due minuti su Radio Zeta. Si chiama «Secondo me», va in onda alle 7 e 45 e il sindaco parla di quel che vuole. La prima puntata l’ha usata per invitare i milanesi a palazzo per il due giugno. Adesso che sono arrivati, fa anche da Cicerone: «La sala Marra è quella in cui si narra che sia nata la monaca di Monza e dal balcone si è affacciato Cattaneo durante le Cinque giornate...». Racconta incredulo: «In sala Arazzi facevano le fotocopie..». Accontenta un visitatore che chiede di sedersi sulla sua poltrona: «È la democrazia, il vero sindaco è il cittadino». Poi tutti in piazza Duomo, per il gran finale con l’alzabandiera.