Alberto ora ha paura: "Voglio tornare a casa E se non mi credono?"

In cella trattamento duro: limiti agli incontri con i genitori. I legali: "Credono che così confessi". E lui: "Possono tenermi qui fino alla morte ma non ho niente da confessare"

Vigevano - Gli auguri se li fa da solo, davanti all’avvocato Giuseppe Colli: «Voglio solo tornare a casa. Non ho fatto niente». Col cappellano del carcere di Vigevano, invece, Alberto Stasi prova a prendere le misurare del futuro possibile: «Padre Florindo, se mi tengono qui, dove mi metteranno?».

Frammenti di una giornata double face. Le notizie che filtrano dalla cella hanno tutte lo stesso timbro: Alberto è provato, Alberto non sta bene, Alberto ha paura del domani. E però, allo stesso tempo, Alberto ripete la sua verità, a mitraglia: «Possono tenermi qui quanto vogliono, io non ho niente da confessare». La Procura ritiene di essere vicina alla conclusione, ma Stasi non ha alcuna intenzione di abbandonare la partita: «Sono preoccupato che non mi credano», dice a don Florindo. Subito dopo, in un’altalena sfiancante di sentimenti e di sensazioni, si affaccia la convinzione di tornare finalmente alla normalità: «Voglio solo tornare a casa, spero che il gip mi ridia subito la libertà. O almeno, mi conceda gli arresti domiciliari».

Ancora, sull’ottovolante delle emozioni, ecco la domanda per don Florindo, l’ansia di essere finito in trappola: «Ma se mi tengono qui, dove mi metteranno?».

Il Pool degli avvocati - Giuseppe e Giulio Cesare Colli, il professor Angelo Giarda - elabora la strategia difensiva. Nessuno alza bandiera bianca, anzi. C’è il proposito, se non la ragionevole speranza, di poter ribaltare la situazione. Ma la realtà concreta, ora dopo ora, è quella della cella. Alberto vorrebbe incontrare i genitori, ma l’autorizzazione tarda. E quando si trova con i suoi legali, si sfoga: «Che cattiveria non farmi vedere papà e mamma. Mi trattano manco fossi Totò Riina».

Alle quattro del pomeriggio, allo studio Colli finalmente arriva il fax del pm Rosa Muscio che dà l’ok al meeting fra il giovane e i genitori. Ma ormai è tardi.

L’abbraccio è rinviato. Alberto resta solo con se stesso, ad aspettare l’udienza che deciderà il suo futuro prossimo. Solo, in quella stanza spoglia: il tavolo, la finestra con l’inferriata che mette piombo ai sogni di libertà, il tavolo. E poi i libri di economia e quel che ha portato in dono don Florindo: un Vangelo, un rosario, una rivista religiosa: «Io dico Messa tutti i giorni, se vuoi venire sono qua». «Verrò», lo assicura Alberto.

Determinato, sempre più determinato. E insieme stanco, sempre più stanco. «Qui - è il suo racconto al prete - è difficile dormire, riposare. Mi controllano sempre, anche di notte: ogni quarto d’ora un agente illumina la cella con la torcia».

Ci vuole pazienza. «Provate a mettervi nei suoi panni - ripetono i collaboratori dello studio Colli -, lui non ha fatto niente. E si trova schiacciato, in questa situazione pesantissima. È a pezzi, ma nello stesso tempo cerca il modo per dimostrare l’evidenza: lui con questa storia non c’entra niente».

Alberto, conversando con i legali, riassume il suo status con una battuta: «Chi ha ucciso Chiara ha ucciso anche me. Possono tenermi qui quanto vogliono, io aspetto solo di poter tornare a casa».

Visto da fuori, è il solito enigma. Il rebus di quella faccia pallidissima, con quegli occhiali dalla montatura scura che tutti abbiamo visto in tv. Indecifrabile per chi non lo conosce. Chi gli è vicino, in queste ore, ha certezze taglienti: «Non confesserà mai. E non confesserà perché non ha niente da confessare».

Già oggi, davanti al gip, Alberto potrà fare un primo passo in quel futuro color inchiostro. Gli avvocati gliel’hanno spiegato: è lecito sperare, ma sarà molto difficile trasformare il fermo in un boomerang per la Procura. E allora occorre attrezzarsi per una guerra lunga. E attendere, masticando quella domanda rivolta a don Florindo.