Alberto Savinio, un magico trasformista nel teatro del mondo

Da oggi al Palazzo Reale di Milano una rassegna dedicata al grande artista-critico-poeta-visionario

La rivincita dei numeri due. Potrebbe essere il sottotitolo ideale per la grande antologica di Alberto Savinio, a oltre trent’anni di distanza dall’ultimo omaggio in un museo italiano, che apre oggi al Palazzo Reale di Milano.
Perché Savinio, che all’anagrafe faceva Andrea de Chirico, era il fratello minore di Giorgio, il più grande pittore del primo Novecento italiano senza se e senza ma. Un confronto su tale piano è impossibile, tale e tanto l’abisso qualitativo dal punto di vista stilistico, linguistico e tematico. Eppure Savinio oggi risulta più contemporaneo dell’inarrivabile fratello, poiché è stato lui, almeno in Italia, a inventare la figura dell’artista a 360 gradi, il dilettante intuitivo e rabdomantico che non ha paura di confrontarsi e misurarsi con diverse pratiche della conoscenza, riuscendo bene un po’ in tutto senza essere specializzato in niente. Un vero intellettuale della pittura: critico, scrittore, uomo di teatro, poeta, visionario. Non si è fatto mancare nulla, insomma.
Con il consueto taglio originale che contraddistingue la curatela delle sue mostre, Vincenzo Trione sorpassa la noia filologica dell’andamento cronologico e predilige invece il taglio tematico, l’accostamento per assonanze iconografiche, giocando tra alto e basso, accademismo e dissacrazione (paradigmatico è il titolo del suo testo, «Tra Mercurio e Mickey Mouse», nel ricco catalogo edito da 24 Ore Cultura che contiene contributi letterari di Calasso, Scarpa, Albinati, Trevi, Capriolo, Dorfles e altri). Lo spettatore è introdotto alla mostra dalla voce narrante di Toni Servillo che legge alcuni testi teatrali dell’autore, curiosi calembour surreali che non saranno dei capolavori, ma incuriosiscono. Il filo conduttore sta in questo divertente escamotage: Savinio sembra impossessarsi di un soggetto e dipingerlo, a cominciare dal mito classico che già negli anni ’30 rilegge in una chiave persino post-moderna, infarcendo le proprie tele di citazioni, rimandi, strizzatine d’occhio al pubblico più smaliziato. Savinio anticlassico, cantore dell’epica piccolo borghese, prende la memoria dell’antico e la passa al setaccio del comico e del grottesco.
Si prosegue con l’attrazione fatale del pittore per la letteratura, anch’essa materia affrontata con lo stesso spirito di chi scrive per diletto la domenica. Eppure Savinio ha pubblicato romanzi strampalati diventati testi chiave quando si ragiona di contaminazione, da Hermafrodito (1918) ad Angelica o la notte di maggio (1927), da Tragedia dell’infanzia (1937) a Infanzia di Nivasio Dolcemare (1941), nei quali emerge tra le righe il rimosso della prima età della vita, il rapporto con la madre da declinarsi in chiave psicanalitica. Ciò che invece si conosce meno, e che giustamente il curatore evidenzia, è la lunga attività critica di Savinio, che scrive di opera lirica, di teatro e soprattutto di cinema con uno sguardo sempre attento e caustico.
La sezione dedicata all’architettura è quella più ricca di capolavori pittorici, almeno in ciò che concerne l’impostazione formale del quadro, sempre intrigante ed enigmatica. Savinio gioca con oggetti, scatole, mobili, prendendo il vecchio amore per la Metafisica e gettandolo nel territorio della commedia. La partenza degli Argonauti (1925-26), Oggetti abbandonati nella foresta (1928) e Nascita di Venere (1950) sono alcune delle opere più famose di tale ciclo, che si possono ammirare ancor di più nell’allestimento scenografico di Luca Cipelletti. Ed è proprio la scenografia un’altra parola chiave della mostra. Savinio ha collaborato con la Scala tra il 1948 e il 1951, lavorando anche da regista per l’Oedipus Rex e I racconti di Hoffman. Nel 1950 il suo Alcesti viene rappresentato da Strehler al Piccolo, e più tardi al Maggio Fiorentino. Tutta la sua arte, a ben vedere, è costruita per stare su un palcoscenico, e non a caso il sottotitolo della mostra è «La commedia dell’arte», dove tutto è finzione e magia, trucco e spettacolo.
Diversi gli inediti proposti da un attento lavoro d’archivio che ha investito in primis gli eredi dell’artista. Compresa una vera chicca: la documentazione fotografica dell’intervento che Savinio realizzò per Villa Malaparte a Capri, una mattonella raffigurante una lira classica. Un centinaio le opere esposte, con provenienze importanti da collezioni private e pubbliche. Due dipinti appartenenti alla Città di Milano, uno di questi di proprietà della Pinacoteca di Brera, invece, sono rimasti a casa poiché non è stato concesso il prestito. La motivazione del paradossale rifiuto è tuttora sconosciuta.

LA MOSTRA «Alberto Savinio. La commedia dell’arte». Milano, Palazzo Reale. Da oggi al 12 giugno. Orari: lunedì 14,30 - 19,30; da martedì a domenica 9,30 - 19,30; giovedì e sabato 9,30 - 22,30. Info: 0254915.