«Alcesti» che guazzabuglio tra Ronconi e Alvaro Vitali

A Prato Massimo Castri rovina uno dei drammi più puri dell’antichità

Enrico Groppali

Come si debbano presentare al pubblico i drammi dell'antichità classica è un problema che si pongono da sempre i registi degni di questo nome. Dato che tra le ingiustizie di cui è colpevole la critica una disattenzione non trascurabile è costituita dal disinteresse nei confronti di alcuni grandi artigiani del verso chiamati al confronto coi miti che ancor oggi determinano il destino dell'uomo. Anche se in un mondo teatrale dove tutto è scritto sull'acqua infida dei ricordi capita di veder cancellate la militanza di Squarzina alle prese con Le Baccanti e, sul versante opposto, l'estro fantastico di Trionfo e le vertiginose prospettive di Ronconi. Fatta salva questa indispensabile premessa, occorre invece ribadire che sarà difficile cancellare dalla memoria l'obbrobrio, tra goliardico e disfattista, col quale un intellettuale di prestigio come Massimo Castri ha denigrato uno dei drammi più alti e più puri del mondo antico: l'Alcesti. Dove un poeta a volte scettico e disincantato come Euripide coniuga il mito del ciclico ritorno della primavera dopo la lunga notte dell'inverno (la resurrezione di Persefone dalle nebbie dell'Ade) a quello, tragico e bellissimo, della mancata riappropriazione di Euridice da parte di Orfeo.
Ma questo a Castri che a suo tempo si fece (giustamente) un nome destrutturando in senso freudiano il teatro di Pirandello e piegando il Goldoni degli Innamorati al contesto acre ed impervio di Strindberg non interessa affatto. Mentre gli interessa moltiplicare di segni estrapolati alla brava dall'intera storia dello spettacolo occidentale l'ordito di una trama compatta e armoniosa come poche (dove addirittura si intravede in nuce l'affiorare della pietas cristiana nel modo in cui un dio riconduce sulla terra un mortale) assimilandola a una farsa scurrile degna di un fescennino. Così Apollo diventa un imbelle Cherubino malamente estratto da Beaumarchais, Ercole un Alvaro Vitali evaso dal mondo dei Pierini, mentre Alcesti, simile all'omino della Michelin, muove imbambolata i suoi passi alla stregua di Kika, eroina di uno dei film più lambiccati ed astrusi di Almodovar. Il risultato? Un guazzabuglio che il pubblico, una volta tanto perspicace, ha premiato, tra applausi di cortesia, col più sonoro dileggio.

ALCESTI - di Massimo Castri con Teatro di Roma, Teatro Stabile dell’Umbria, Teatro Stabile di Torino. Teatro Metastasio di Prato fino al 24 marzo