«Alcina», antologia di sentimenti per riscoprire l’opera barocca

MilanoMa no! La Scala se ne è accorta. Esiste l’opera barocca. Dopo il Rinaldo di un quinquennio fa, sette recite dell’Alcina di Haendel. Alla prima, successo convinto e gioia. Applausi buffi: quasi assenti durante gli atti, perché se uno ne ha voglia viene zittito dagli ignorantoni che ritengono filologico non interrompere, mentre all’epoca acclamavano e facevano anche i bis. Poi c’era stato a un bla-bla-blog l’annuncio che avrebbero fischiato una cantante, per difendere il belcanto di non so quali tempi di cui si sentono testimoni e quindi abbiamo udito una manciatella sterile di bùu. In questi casi, Giulio Confalonieri, saggio critico, scriveva: «I fantasmi sono fra noi».
Alcina come storia viene dall’Orlando Furioso: nella sua carriera di eccelso operista e di impresario malmesso s’era trovato ad avere al Covent Garden di Londra macchine sceniche e corpo di ballo in abbondanza, qualcuno gli aveva scritto un libretto e lui aveva proiettato le dolorose istorie di incantesimi amorosi e di ritrovamenti di coscienza in uno spettacolo fastoso con trasformazione di persone in animali e pietre e ritorno. Come struttura d’opera è un’incredibile sequenza di arie, appena intervallata da rapidi recitativi, diversissime una dall’altra, che formano quasi un’antologia di pensieri e sentimenti umani, offerti con sapienza e discrezione. Da tempo in Inghilterra il teatro di Haendel si presenta al risparmio, senza mostri, senza voli, senza costumi mirabolanti, Robert Carsen, regista, è in questa linea; anche in questo spettacolo venuto dall’Opéra de Paris. Non capisco cosa ci si guadagni a togliere la prospettiva della favola e della storia, vestire i personaggi come noi e lasciare a terra mostri volanti e affini, ma il suo gioco, mettere tutti i personaggi in una sala di porte che si moltiplicano e minimizzare tutto a favore dei sentimenti, è ordinato, agile, coerente. I cantanti recitano benissimo; lo scenografo e costumista Tobias Hoheisel e il disegnatore delle luci Jean Kalman contribuiscono con classe.
Eccoci dunque, prima, ad esplorare quella civiltà di canti librati, di notine a migliaia quando occorrano, di linee appena appuntate da un soffio di pochi strumenti quando le melodie sono puri segni d’anima; poi ad abbandonarci unendo alla grande fantasia di Haendel tutto quello che possiamo della nostra. Giovanni Antonini, che mantiene magnificamente uniti l’incantamento della giovinezza e la sapienza nel trovare, in un teatrone così problematico nell’acustica, concreti equilibri, avvolge la stupenda Anna Harteros, l’innamorante Monica Bacelli, la pungente Patricia Petibon, la stupefacente Kristina Hammarström, l’autorevole Alastair Miles e Jeremy Ovendem della nuvola sonora che l’ottima orchestra della Scala in formazione ridotta gli lascia modellare con aristocratica bellezza.