Aldo Nove, un devotissimo «cannibale»

Ha suscitato sconcerto e qualche commento ironico l’anticipazione sul numero di gennaio della rivista di Nicola Crocetti, Poesia, di una parte del poemetto Maria di Aldo Nove, che uscirà da Einaudi. A chi si era fatto un nome tra i narratori «cannibali» non si concede facilmente la licenza di «convertito». Ci sono buoni testi e magari buone antologie della nostra lirica religiosa, da cui però si desume che una poesia religiosa in senso stretto l’Italia non l’ha coltivata con troppo vigore e rigore. Un tipico esempio del secolo scorso è l’oratoria vigorosa, una preghiera senza canto, di padre David Maria Turoldo; così enfatica da farci rileggere, per conforto e contrasto, come «religiosi» l’assai più sobria e melodiosa lirica «spirituale» di un Betocchi o di una Guidacci.
La mariologia è un campo precluso alle facoltà esegetiche e rappresentative dei più, e credo anche di Aldo Nove; ma col suo poemetto egli non si è avventurato nella teologia, limitandosi alla sfida di comunicare in lasse rimate (e non di rado monorimiche: in totale sono trenta capitoli, di sette quartine quasi tutte endecasillabiche) l’emozione del Mistero.
Nove sceglie la quartina per collaudata capacità, ma gli enjambements dilatano il racconto, il punto fermo è differito o cade a metà di un verso. E così la strofa risulta per lo più un espediente grafico, dà una misura certa all’occhio e un «tanto» da ricordare all’orecchio, principale destinatario di questa scommessa intimamente pedagogica e autopedagogica. Il pubblico del poemetto sarà commosso, in votis, dalla freschezza aurorale di Maria bambina e stella; memorizzando finché gli riesce tramite la rima banale («cosa:sposa», «stanza:avanza», «stella:bella»..., o, in serie docile e scontata, «forte:sorte:morte»...); ma altri noteranno combinazioni più peregrine («ingranaggi:miraggi», «Dio:ticchettìo», «creatura:ossatura»...).
I sostanziali ingorghi di conoscenza e di fede il poeta non saprebbe scioglierli; solo, li riprospetta nella loro colma inesplicabilità : «Madre di dio che in te dio è diventato/ bambino, madre di tutto il creato:/ madre del bimbo che in te si è incarnato,/ madre dell’infinito generato», seguitando in ancor più difficili asserti, dinanzi ai quali la ragione è cieca: «Madre di ogni principio incominciato/ il giorno in cui il principio è penetrato/ in te che ogni principio hai abbracciato/ quando si è fatto piccolo, e hai allattato/ il mutare dei secoli plasmato/ in te cingendo quello che è passato/ attraverso di te, per sempre amato/ divinamente a te connaturato...». La sequenza di rime «proibite» - 20 participî passati di fila! - sta lì pesante, bruttina, “primitiva”; ma ormai (siamo sulla metà della storia) chi legge non storce più il naso e si sforza, invece, di tenere il passo di un argomentare periglioso, liberato qua e là in figure suggestive: dal «sogno delle rose bianche» (vi echeggiano il primo Govoni e il Pasolini giovane) alla «brulla nottata» di Betlemme, alla mangiatoia dove, senza «lenzuola di seta» né «di lino», nasce l’«immensamente piccolo e divino» figlio della Vergine...
Arditezze come «confine all’universo è la tua pelle», sempre detto di Maria, il cui seno allatta «cuccioli millenni», sono solamente alcuni dei molti particolari sui quali il gusto di un lettore del 2007 potrebbe eccepire. Non dovrebbe tuttavia sfuggirgli la sostanza ingegnosa del poemetto e il confidente coraggio (anche letterario) che ha guidato il suo autore a dargli forma.