ALESSANDRA FERRI La dama delle camelie dà l’addio alla Scala

La vita non da tempo. Tutto continua come niente fosse. La piccola bara coperta di fiori bianchi, le parole commosse e compìte dei fratelli, lo sguardo smarrito del figlio che non vuol staccare gli occhi da quei legni che gli rubano per sempre il volto sorridente di sua madre. A tratti un violino. La Scala, una delle case della giornalista Laura Dubini, l’accompagna nell’ultimo viaggio. Ma non c’è tempo. Arriviamo nel ridotto dei palchi nell’istante in cui Alessandra Ferri racconta come il personaggio che sta studiando, quello di Marguerite, le abbia tolto la serenità sin dal primo momento. «Questa storia è così naturale che finisce col dare un senso di sgomento. Marguerite muore così, in silenzio, come una foglia che si stacca dal ramo». Coincidenze. A partire da martedì entra nel repertorio scaligero La Dame aux Camélias, titolo cult di John Neumeier. La sua Kameliendame, nata nel ’78 per Stoccarda, ha girato il mondo ed esiste anche il filmato. Ma alla Scala non c’era mai stata. Come del resto non c’era mai stato lui, John, rivelato alla città solo nel 2003 dalla Serata Ravel. Il suo ritorno con un titolo così importante (s’è visto di recente a Palermo) coincide con l’uscita di scena dell’étoile Alessandra Ferri. Ultima Scala e addio definitivo al teatro negli States, tra non molto. Come, così giovane, brava, bella? Perché mai lasciare adesso?
Nessuno ci crede. Ma lei replica serena: «Non rimpiangerò nulla. Ho solo dei ricordi bellissimi e quello di Marguerite sarà il più bello di tutti. Del resto più che la danza amo ballare, vivere la musica con il mio corpo. La danza teatrale è troppo tirannica, adesso voglio riprendermi la mia vita. Cosa farò oltre alla madre? Non lo so. Non me lo sono mai chiesto». Stop. Al suo fianco Roberto Bolle e Massimo Murru, i due Armand.
Presente anche Neumeier, uno che ha «osato», senza eccessiva trasgressione, trasformare in danza la Passione secondo Matteo di Bach e, addirittura, in quel di Salisburgo, il Requiem di Mozart. Per Marguerite, la Violetta verdiana, sceglie Chopin. Mentre i due ballerini si dicono coinvolti dalla complessità psicologica della loro parte, il coreografo torna sulla sua creazione. Un balletto che esce direttamente dalle pagine che Dumas figlio scrisse all’indomani della morte di Marie Duplessis. L’eroina che ha stimolato molte creatività (uno per tutto Frederick Ashton per la coppia Fonteyn-Nureyev) e riposa, eterna meta di pellegrinaggio, a Montmartre. Il titolo è reso particolare anche per riprendere lo spunto del romanzo che lega in un gioco di rimandi, la coppia Marguerite-Armand all’altra, assai simile, Manon-Des Grieux. La tecnica è quella del flashback.