Alessandra perde il treno Così ha salvato la vita

nostro inviato a Londra
Il primo segnale d'inquietudine, per i 60mila turisti italiani che al momento degli attentati si trovavano nella capitale inglese, è arrivato dai telefonini. Non funzionavano. Uno strano black out, parziale e con alcune interruzioni. Ma subito, attraverso la televisione, la notizia tragica degli attentati, delle esplosioni, dei morti e dei feriti, ha raggiunto la comunità italiana a Londra: 115mila residenti, 60mila turisti d'ogni età, 15-20mila ragazzi che trascorrono parte delle vacanze estive nelle scuole d'inglese. Messi tutti insieme, fanno una città di medie dimensioni. Come tutti, anche loro sono stati tremendamente colpiti da quanto è accaduto. Familiari che chiamavano dall'Italia, conoscenti che si ricercavano, testimoni che chiamavano amici e parenti per raccontare la terribile esperienza, la rabbia, la paura. Chi non ha trovato una linea ha cercato di mandare il proprio messaggio attraverso la rete: poche parole, impressioni di sgomento davanti alla tragedia. Nessuno si aspettava qualcosa di simile, si parlava della vittoria di Londra per l'assegnazione delle Olimpiadi, delle gite da fare in giornata, dei musei da visitare, del lavoro da fare.
Poi, le esplosioni, gli urli, il sangue, il caos. È un caso fortunato che fra le centinaia di persone colpite dagli ordigni, solo due siano i feriti italiani, leggeri. Molti altri sono scampati alle esplosioni per caso, per un ritardo, o per essere usciti di casa con qualche minuto d'anticipo. Alcuni italiani, come Lorenzo Pia, sono stati diretti testimoni di uno degli attentati. Pia, un torinese di 34 anni, si trovava vicino a Tavistock Square, dove uno dei bus è saltato per aria con i passeggeri a bordo. «Poco dopo le dieci - racconta - ho sentito un boato, e poi ho visto le persone per terra, i morti, i feriti. Era orribile». Massimo Giraldo ricorda d'essere uscito dalla stazione di Liverpool Street dieci minuti prima dell'esplosione; «Qualcuno mi ha guardato dal cielo», dice. Un medico italiano che vive a Russel Square, ad un passo dal British Museum, è uscito di casa sul presto, evitando il «maledetto bus» che un'ora più tardi è stato fatto esplodere dai terroristi. Marco Stefanelli passa per la stazione di King's Cross ed ha l'impressione di un «formicaio impazzito»; una marea umana coi telefonini in mano si riversa nelle strade dalle viscere della metropolitana, e blocca le strade. Tutto intorno suonano le sirene delle ambulanze. Ed i tanti italiani della City restano prigionieri negli uffici. «Le linee sono subito saltate, abbiamo evacuato la banca ma trovare un taxi per andare a casa è impossibile», racconta Federica. Mentre Daniela si rammarica di non poter avvertire i suoi, al mare, che «tutto è ok, anche se qualcosa del genere ce lo aspettavamo anche qui dopo l'11 settembre». Salvatore affida a un blog la frustrazione e l'ansia per non riuscire a parlare col fratello che si trova, come lui, nella capitale britannica: «È qui a Londra, non riesco a contattarlo». Per fortuna, funzionano abbastanza gli sms, ci si cerca e dopo un po' ci si trova.
Le fitte di paura hanno colpito soprattutto chi, in quei momenti, si trovava nella metropolitana. «Erano passate da poco le nove - racconta su un sito Giorgia Setti - e improvvisamente ci hanno detto che la metropolitana non si sarebbe fermata a Westminster. Siamo stati fermi per 10 minuti, poi è giunto l'annuncio: evacuate il treno! Una volta usciti, non si trovavano mezzi di trasporto, né taxi né bus. Il caos era totale, le ambulanze sfrecciavano dovunque». Sirene, elicotteri in cielo, folla sgomenta, impossibile fare qualcosa. E non è mancata qualche storia di italica scaramanzia. Una giovane di Vasto, Alessandra, ha perso per un momento di ritardo il treno dove si è verificata l'esplosione, un po’ come nel film Sliding doors, dove un treno preso o perduto fa cambiare una vita. E c'è poi il racconto quasi surreale di Carlo Battaglia, che lavora nel gruppo Rothschild ed ha l'ufficio vicino a Russel Square: «Ho fatto tardi a prendere la metropolitana perché poco prima delle nove mi aveva chiamato al telefono un amico, Paolo Cirino Pomicino: sono napoletano, perciò sono certo che lui mi ha portato fortuna».
L'Ambasciata d'Italia a Londra lavora a ritmo serrato. La nostra rappresentanza diplomatica ha attivato alcuni numeri per le informazioni, sia per chi chiama dall'Italia (0044208350101) sia per chi telefona dall'Inghilterra (08701566344). Le richieste di notizie sono moltissime. Il consigliere Ugo D'Astuto è subissato dalle telefonate, soprattutto quelle dei genitori di ragazzi in vacanza di studio nella capitale britannica e nei dintorni. «Sono tutti in ansia. Nessuno però - dice il nostro diplomatico - ci ha chiesto di far tornare in Italia i ragazzi in anticipo». Le cifre sulla presenza a Londra dei nostri studenti sono abbastanza vaghe: chi parla di 10mila, chi di 15mila, chi anche di 20mila ragazzi italiani in vacanza di studio. È diventata quasi una tradizione, per moltissimi ragazzi italiani, passare una parte di luglio in Inghilterra: si impara un po' d'inglese, si fanno amicizie. «Ef», forse la più grande organizzazione di viaggi di studio per ragazzi, fa sapere ai genitori che tutti i ragazzi sono al sicuro nelle loro scuole, e che la polizia londinese ha dato disposizione di non spostare gli studenti. Tuttavia, molte delle prossime partenze saranno spostate: i responsabili di «Ef» pensano di mandare i ragazzi ad Edimburgo, o in altre località distanti dalla capitale, dove adesso l'atmosfera è indubbiamente troppo cupa. Col passare delle ore, quasi tutti i ragazzi sono riusciti a chiamare casa. E all'aeroporto di Heathrow non si sono visti, ieri sera, italiani giovani o meno giovani in fuga dalla città.
A sera la metropoli si ripiega su se stessa. Improvvisamente le vie del West End si liberano dalle auto, i turisti ritornano nei loro alberghi, gli italiani di Londra si chiudono nelle loro case. Molti di loro, oggi, non andranno in ufficio. Ma non è un fine settimana allungato di 24 ore la medicina sufficiente per curare quell'ansia che i newyorchesi prima e i madrileni poi hanno conosciuto così bene. Londra è stata ferita, e con essa gli italiani che hanno sentito e visto gli scoppi e il sangue, i morti e i feriti. C'erano anche loro, stavolta, a testimoniare la barbarie.
Gian Battista Bozzo