Alessi, l’incappucciato dai mille volti

Da una sua intervista: «Se sapessi qualcosa per indirizzare le indagini, lo farei subito». L’incredibile appello ai “rapitori”: «Per favore liberatelo»

Enrico Lagattolla

da Milano

Dopo quella notte, era «l’incappucciato». Mario Alessi che esce dalla Procura di Parma, dopo il primo dei tanti interrogatori, col viso coperto da una maglietta. «L’incappucciato», lo chiamava la gente. Il manovale di Coenzo, dalla Sicilia ai casolari della campagna parmense, quello che «di Tommaso non ne so niente, e che volete che vi dica, io non c’entro con il sequestro», si nascondeva alle telecamere. Poi, alle telecamere, «l’incappucciato» ci fa l’abitudine. Parla, e mostra il suo volto. Meglio, mostra tutti i volti di cui è capace.
Il primo. Mario Alessi, 45 anni, muratore agrigentino trapiantato in Emilia, un fratello in sedia a rotelle per una pallottola che l’ha rovinato, e una condanna in primo grado per violenza a una sedicenne, davanti al fidanzato legato a un albero. Una storia di sei anni fa, chiusa tra carcere e arresti domiciliari. Riservato, sigaretta accesa e comportamento nervoso, schiva i giornalisti e ogni tanto sbotta «perché questa non è vita, mi hanno messo addosso un timbro che fa paura, hanno sconvolto l’esistenza della mia famiglia. Io non ho fatto nulla ma sono in un mare di guai, sconto il prezzo di aver avuto rapporti di lavoro con gli Onofri». Punto, e «andatevene».
Il secondo. Alessi Mario, alto e brizzolato, anche lui «padre di famiglia, e so cosa provano i genitori di Tommaso», accanto alla sua convivente che lo protegge e forse lo «copre», e come lui «la sera quando vedo mio figlio penso a Tommaso». Ai giornalisti Alessi comincia a parlare. E racconta che i peli di Tody (il cane degli Onofri) che gli hanno trovato addosso ai vestiti «forse sì, c’erano. È possibile, perché io i vestiti li lasciavo nel cascinale di Casalbaroncolo, proprio nella cuccia del cane». O ancora, ricorda che «la sera del 2 marzo ero al bar Sagittario, nella frazione di Casaltone», a un chilometro dal casolare di Casalbaroncolo dove vivono gli Onofri. Allora «chiedete lì, mi hanno visto». Ma lì, al «Sagittario», nessuno ricorda.
Ancora un volto, un altro. Ed è quello degli appelli alle telecamere e delle interviste, e «se sapessi qualcosa per indirizzare le indagini, lo farei subito», perché «non si può vivere con un peso simile sul cuore», perché «è una cosa che ci ha distrutti totalmente, Tommy lo conosco», e «per favore, liberatelo». Quasi convincente, Alessi, quando dice che «per me i bambini sono angeli scesi dal cielo, e ora mi vedo contestare un crimine simile. Proprio a me, che non sarei nemmeno capace di guardare male un bambino, figuriamoci una cosa così». «Figuriamoci».
Ogni faccia e il suo contrario. Come quando «con gli Onofri c’è solo un rapporto di reciproca cortesia, ma non li conosco», e poi si scopre che al suo legale, l’avvocato Laura Ferraboschi, Alessi dice di voler parlare col padre di Tommaso. Così decidono di scrivere una lettera. Lo fanno giovedì, confida la Ferraboschi ad alcuni cronisti. Il giorno dopo la lettera è pronta, sabato la devono consegnare. «Gentile Paolo Onofri», inizia. «Da padre a padre, da uomo a uomo», scrive Alessi. Che parla di «un’occasione per offrirle il mio sostegno e il mio conforto», per «testimoniare la mia buona fede». Mai arrivata, quella lettera. E sabato è già troppo tardi.
E il «gioco» va avanti fino alla fine, fino a quando lo inchiodano davanti allo specchio. Così, di fronte al magistrato, accusa il complice. «Tommaso l’ha ucciso Raimondi». Non confessa l’omicidio, ma del sequestro ha già parlato. È il giorno in cui cade la maschera dell’«incappucciato». Dietro, un altro volto di Mario Alessi. L’ultimo. Quello vero.