Alex, tutto birra e Patria: è l’era del crucco napoletano

Altoatesino atipico, è loquace e spavaldo. Ha detto: «Vincerò i Giochi e poi vi porto tutti alla mia festa»

Alex e Clemente. Vipiteno e Marcianise. Così lontane, così vicine nella felicità del marciatore Schwazer, che il suo oro lo ha pesato per 50 chilometri, e del pugile Russo, arrivato alla finale con la faccia quasi immacolata. Ci hanno fatto svegliare presto, ma ne valeva la pena. Non eravamo più abituati ad ascoltare atleti italiani che promettevano e mantenevano sul serio. Russo lo conoscevamo bene da quando è diventato campione del mondo, ma questo Schwazer è davvero qualcosa di speciale che arriva da Calice, un villaggio piccolissimo dell'Alto Adige. Sembravano così differenti. Invece sono così uguali. Per fortuna.
Tutti spaventati nella caligine pechinese. Se vince Schwazer, dicevano in troppi, sai che delizia. Risponderà a monosillabi come facevano i grandi campioni dello sci, anche se per la verità era soltanto un trucco a nascondere l'ironia di Gustavo Thoeni che si divertiva a guardare la gente impacciata davanti ai suoi monosillabi, a quelle occhiate che dicevano tutto perché non aveva voglia di giocare con i microfoni dopo aver giocato così bene fra i paletti.
Alex è tutto diverso, ha camminato per ottomila chilometri, si è isolato fra le montagne, ha scoperto il piacere della vita e dell'allenamento a Saluzzo mentre il suo maestro Sandro Damilano lo inseguiva prigioniero dentro un busto. Deve aver cominciato a ridere già durante gli ultimi allenamenti, gli piaceva andare davanti alle penne dei questuanti spiegando che non poteva davvero perdere. Ma cosa dici Alex? Non ci si allarga così.
Ci si allarga e come, se hai fatto il tuo dovere in allenamento, e lui ci ha marciato sopra agli scettici, guardando con distacco i rivali che cadevano prima all'antidoping e poi sulla strada che portava al nido dell'atletica.
Bel risveglio senza annoiarsi con il tacco e punta, senza domandarsi, mai una volta, ma perché non corrono? Lui sentiva tutte queste voci che hanno sempre vestito male i marciatori, lasciandoli appena finivano di portare medaglie, di dare sollievo a chi non sapeva più dove sbattere la testa. Questo Damilano è un guru a cui piacciono le sfide più strane, allena persino i calciatori, figurarsi se non s'inventava la marciatrice Rigaudo che andava aiutata «un casino» come ripeteva monotona proprio lei nelle interviste dopo il bronzo, immaginatevi se avrebbe lasciato perdere questo biondino che quando si allena a casa sua sembra sempre voler invitare a cena la gente che incontra. Lo fa parlando alla natura, estroverso «una cifra», altoatesino con l'anima del Much Mair, il discesista che ha ridato il sorriso alle sciatrici azzurre, uno che il Russo di Marcianise ha scelto come fratello perché è bello sentirlo parlare, sentirgli dire cose che spaventerebbero persino i superuomini, ma lui, Schwazer dalle lacrime d'oro, dalle parole d'argento, non si tira indietro quando lo sgridano perché si sente più forte di superman Bolt: «Lui guadagna dieci volte tanto, ma io sono sicuro di essere più felice di lui».
Una mezza verità. In effetti ai marciatori nessuno offre 250mila euro per andare ad un meeting. Una volta, ai tempi di Dordoni e Pamich, era diverso, anche se poi erano giorni a pane salame e barbera. Poi tutto è cambiato: la loro fatica per mascherare la debolezza di un sistema. Alex ci gioca con queste sensazioni speciali e nell'ultimo chilometro deve aver fatto venire un coccolone al presidente federale Arese, uno sempre molto misurato nelle spese, perché dava l'impressione di voler invitare tutti alla cena di gala. Seguitemi da qui a Casa Italia e poi vi porto a Calice dove stanno già brindando. Si comincia con la birra e poi si sale, magari alla fine vi dirò anche che il braccialetto che baciavo era di una cara amica. Certo un marciatore che insegue l'angelo Carolina Kostner deve essere divertente, ma è più divertente vederlo baciare quella gomma magica dello stadio dopo aver lacrimato sulla strada. Un tipo da birra nella stube, speriamo mai un tipo da isola, anche se vederlo ballare fra le stelle con Carolina sarebbe divertente. Pensatelo su quel podio mentre canta l'inno, si ferma, piange, riprende, sorride, torna a cantare, torna a piangere. Questo è il nostro Forrest Gump, uno che sa da dove è partito e sapeva bene dove voleva arrivare, anche se, come dice il suo maestro, con l'oro di ieri è cominciata l'era Schwazer nella marcia che ai suoi profeti offre fiori, qualche euro e tanto silenzio. Ma a questo rimedierà lui perché se comincia a parlare non lo fermi più, come quando dopo 49 chilometri chiede in giro se era proprio lì la festa.