Alexina B., storia crudele di un ermafrodito nella Francia dell’800

Si definisce «un cuore di fuoco», Adélaïde Herculine Barbin, detta Alexina B., poi Abel, allorché, a seguito della «scoperta» del suo caso da parte della scienza e una sentenza di tribunale, viene «restituito al suo vero posto nella società», come scrive il medico Goujon in uno dei documenti clinici riportati in appendice al volumetto di memorie che Einaudi pubblica ora, per le cure di Brunella Schisa e con breve presentazione di Michel Foucault: Herculine Barbin, Una strana confessione. Memorie di un ermafrodito (pagg. 120, euro 9, in originale Mes souvenirs, Gallimard, 1978, collana Les vies parallèles, a cura di Foucault).
Perché tale sembra essere la preoccupazione dominante di chi con questa creatura ha avuto contatto, nella Francia del XIX secolo (Herculine/Abel nasce nel 1838 in un paesino non lontano da La Rochelle, e muore, suicida, a Parigi trent’anni dopo): come collocarla nel consorzio umano, quale ruolo attribuirle? Ambroise Tardieu, professore di medicina legale alla Sorbona, che nel 1874 ne rende note le memorie, le presenta come «l’esempio più crudele e più doloroso delle fatali conseguenze che può avere un errore commesso dalla nascita nella costituzione dello stato civile».
Di fatto la questione non è così facilmente liquidabile: Alexina possiede organi genitali - sebbene non perfettamente formati - di entrambi i sessi, per quanto, nei caratteri secondari, la predominanza sia maschile. Stando a ciò che racconta, l’attrazione verso le ragazze è precocissima, né, a legger qui, vi dovrebbero essere dubbi di sorta, almeno riguardo alle sue inclinazioni. E in un mondo soltanto femminile si trova a vivere: da bambina e da adolescente, in convento, poi - intrapresa la carriera dell’istitutrice - in convitti. Ivi intreccia i suoi primi amori, fatti sul principio di baci e tenerezze, notti trascorse tra le braccia della fanciulla prediletta, quindi di una vera e propria relazione con Sara, compagna di lavoro. E questa fase della sua vita verrà in seguito rimpianta come la più felice: «È l’oasi profumata dove si rifugia l’anima ferita da lotte tumultuose. Oggi affronto con calma la cupa prospettiva dell’implacabile mio destino».
Dopo il cambio di generalità, infatti (diviene ufficialmente uomo a ventidue anni), tutto muta e peggiora per Abel, tutto si oscura: come uomo, e in particolare un uomo con la sua storia, la sopravvivenza diviene ardua; e sarà la continua ricerca di un incarico (finirà impiegato delle ferrovie), e al contempo la fuga dalla compagnia dei simili, per il senso di estraneità che lo domina, il suo destino di esclusione dal mondo che diviene di forza autoesclusione: «Profondamente disgustato da tutto e da tutti, sopporto senza commuovermi le ingiustizie degli uomini, il loro livore ipocrita. Essi non possono raggiungermi nel sicuro rifugio dove mi sono trincerato./ Esiste un abisso tra loro e me, una barriera invalicabile...».
Si pensi all’importanza che la scrittura ha rivestito per Herculine/Abel: suo unico ancoraggio in quanto ricerca di una giustificazione dinanzi alle «eccezionali bizzarrie della sua vita»; aiuto nella presa di coscienza e, in seguito, nel concrescere di un strano orgoglio rispetto alla propria condizione. Il diseredato, il negletto assume in ultimo accenti di un maledettismo tutt’altro che di maniera: come giustamente nota la curatrice, l’insorgere di una personale mitologia da angelo caduto, ma ancora memore della patria celeste («Io mi libro al di sopra di tutte le vostre innumerevoli miserie, partecipando della natura degli angeli; poiché l’avete detto, non c'è posto per me nella vostra augusta sfera. A voi la terra; a me lo spazio illimitato») è quanto lo ha sorretto a lungo, anche se non ha potuto infine salvarlo.