Alfonso Arbib: «L’antisemitismo sottile è la minaccia di oggi»

La tendenza a ritornare a una serie di stereotipi sugli ebrei «pericolosi» mi preoccupa non poco

Abbiamo chiesto un commento a caldo ad Alfonso Arbib, Rabbino capo della Comunità ebraica di Milano, a proposito dell’articolo «Io, ebreo, dico agli ebrei ora basta con i vittimismi» apparso ieri sul Giornale a firma di R. A. Segre. Arbib, classe 1958, originario di Tripoli, è considerato da chi lo conosce «una figura capace di riuscire a tenere insieme le diverse anime degli ebrei milanesi». Il microcosmo più composito in Italia: askenaziti, libici, laici, iraniani, hassidim, persiani e non solo…
Professor Arbib, lei ritiene che ci sia una forma di «vittimismo» da parte degli ebrei quando si parla di Shoah? Cosa risponde a chi tempo fa ha sottolineato quello che è un difetto dell’ebraismo italiano (ma non solo), cioè la contemplazione narcisistica del passato, mentre ebraismo significa dare un sguardo sul mondo?
«Preciso che non ho letto l’articolo, dunque qualunque commento sarebbe parziale o non corretto. Detto questo sono d’accordo e condivido quanto scritto da Segre: che oggi gli ebrei in Europa siano tutelati e rispettati, che non vi siano delle discriminazioni nei loro confronti, su questo non c’è alcun dubbio. Però credo che vi siano alcuni segni preoccupanti da non sottovalutare. Sono entrambe due realtà oggettive di cui bisogna prendere atto».
Quando parla di queste realtà intende l’antisemitismo?
«Ripeto, sostenere che oggi ci siano delle persecuzioni o delle discriminazioni nei confronti degli ebrei in Europa e in Italia è falso e fuorviante. Esiste tuttavia una forma di antisemitismo sottile, strisciante e mascherato che mi preoccupa non poco. Si manifesta attraverso la tendenza a tornare a una serie di stereotipi che viene applicata quando si parla di Israele o degli ebrei in quanto ritenuti “pericolosi”. Oppure attraverso l’idea di un complotto ebraico che ciclicamente all’occorrenza qualcuno tira fuori. Ma penso anche agli atti vandalici che occasionalmente si manifestano in tutta Europa e anche in Italia. La questione è di saper cogliere in tempo questi segnali per non correre il rischio di non saper più gestire la situazione. L’ho detto più volte e lo ripeto anche oggi: bisogna trasformare ciascuno di questi episodi in un’occasione di monito e di allarme: un invito a non sottovalutare e a non abbassare mai la guardia».
Il Giorno della Memoria non corre il rischio di diventare una ricorrenza retorica e svuotata del suo significato più profondo?
«Credo che sia un giorno molto importante a patto di riuscire a far passare un messaggio forte che valga per il presente e per il futuro. È soltanto attraverso la comprensione e l’interiorizzazione del passato che potremo avere una memoria attiva, in grado di incidere positivamente sul nostro presente. Una domanda da porsi è la seguente: “Come si è arrivati in Europa a una tragedia di questo tipo?”. Studiare e conoscere la storia è fondamentale. Soprattutto per le nuove generazioni. Solo così potranno costruire un presente dove tragedie simili non si possano ripetere».